10. La caccia ai leoni del re Assurbanipal

Un luogo comune molto diffuso vuole che l’arte debba ad ogni costo essere distaccata dal potere, tanto politico quanto religioso, e che semmai l’unico posto che le spetti veramente sia quello d’antagonista.
Ovviamente nel corso della storia non è certo andata così: i luoghi dell’arte sono sempre stati le regge dei nobili e le cattedrali del clero più benestante. Bisogna ammetterlo: con l’arte non si mangia, e solo una persona agiata, che non ha preoccupazioni economiche di sorta, può permettersi il lusso di destinare risorse all’arte, sia in termini di tempo proprio che “delegando” ad altri l’atto creativo con il mecenatismo.

Insomma, ogni grande potere ha avuto la propria arte; e a ben vedere non è nemmeno un aspetto così negativo! Di per sè l’arte è ausiliaria al potere, ma non certo necessaria: può essere un aiuto per creare il consenso, ma il potere potrebbe sopravvivere benissimo anche senza di essa; ed è una pia illusione pensare che una musica, una poesia o una scultura possano far crollare un sistema così profondamente radicato nell’anima umana!

Forse è meglio che il potere accolga l’arte nella sua corte: è un lato umano e dolce, che andrà a smussare i lati più spigolosi e duri del comando. Certo, è un lenitivo, ma pur sempre meglio di niente: immaginatevi il terrore di un potere privo di arte!

Affrontando il tema viene spontaneo pensare alla manipolazione mediatica che pervade la vita moderna; ma la glorificazione artistica del potere è antica quanto l’uomo. D’altronde il potere è una delle correnti che compongono la nostra anima, ed è giusto che l’arte ne parli, che l’affronti e la comprenda. E a ben vedere, se davvero lo spirito creativo si fosse sempre astenuto dalla sulfurea compagnia del potere, avremmo perso davvero molti gioielli dell’arte!

Uno di essi è senza dubbio il bassorilievo assiro della caccia al leone. Ora è a Londra, al British Museum, ma proviene dalle rovine di Ninive, nei pressi l’odierna Mosul, in Iraq.
Caccia ai leoniIl re è Assurbanipal: l’immagine stessa dell’autorità, forte, statuario e nobile, praticamente divino.
Colpisce il leone senza sforzo apparente: è chiaro che non c’è opposizione in grado di tenergli testa. Nemmeno il re degli animali è un avversario degno!
Caccia ai leoniDi fronte al leone morente ci sono due possibili reazioni morali. La prima è scegliere di attenersi ad un approccio rigorosamente storico: cercare di immedesimarsi nello spirito dell’epoca, per comprendere come veniva interpretata dall’anima degli osservatori contemporanei.

Caccia ai leoni
Il re che caccia il leone rappresenta la civiltà che tiene testa alle forze selvagge della natura. Rappresenta anche la volontà che tiene a bada gli istinti, l’autocontrollo che frena gli appetiti corporei: in poche parole, la qualità che ci rende uomini e che ci distingue dalle bestie.
A sottolineare quel distacco c’è il carro che sostiene il re: un’invenzione della tecnica, il frutto della civilità, che solleva il re dal terreno: un dettaglio simbolico molto importante, prerogativa della dignità regale.

Caccia ai leoniL’altro modo di porsi è più immediato, e classicamente umano: giudicare la scultura antica con la nostra morale moderna. Non è per forza un errore, ma bisogna stare molto attenti ad essere ben consci della disomogenità di giudizio e giudicato. E’ insensato pensare di condannare Assurbanipal per il suo poco amore per gli animali: quella è una categoria di pensiero successiva, di certo estranea all’epoca dei fatti e non ancora concepita. Però è comunque bene ascoltare quella voce che dentro di noi chiede tale condanna, e cercare di capirne le ragioni.

Caccia ai leoniPer la sensibilità moderna è spontaneo provare pena per i poveri leoni massacrati, e provare una certa antipatia per l’alterigia di quel re senza pietà.

Caccia ai leoni

Dopo tanti millenni di civiltà, il leone è diventato un animale in via d’estinzione, una reliquia da proteggere, segno di un passato che minaccia di scomparire.
Se continuiamo ad applicare la simbologia, possiamo dire che il controllo della civiltà nei confronti della parte selvatica si è fatto così stretto da essere ormai soffocante.

Caccia ai leoniMa il regno animale non simboleggia solo la cieca primordialità: è anche energia e freschezza, spontaneità. Se la civiltà è un motore, la parte selvatica ne è il carburante: senza di essa la civiltà si trasforma in un decadente esercizio di stile, vuoto e fiacco.
E’ necessario un equilibrio fra corpo e spirito, fra civiltà e forza selvaggia, fra controllo ed energia; se uno dei due finisce per prevalere sull’altro ne viene per forza uno scompenso dannoso.
Caccia ai leoniNon è certo casuale che queste magnifiche sculture siano conservate in un museo inglese. La predazione coloniale è un’altra delle facce del potere: a suo modo, anch’essa è una caccia ai leoni.

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2 pensieri su “10. La caccia ai leoni del re Assurbanipal

  1. Ottimo pezzo!

    Il carro io lo collego storicamente con l’invenzione della metallurgia, e forse anche simbolicamente le due cose vanno di pari passo. Sembra che la simbologia regale inizi ad avere una forte connotazione elitaria proprio in questo periodo: vi sono casi di asce e pugnali di rame senza traccia d’uso, il che fa supporre un funzionamento simbolico. Il cavallo e il carro compaiono assieme alle armi nelle tombe principesche, a denotare una forte distinzione sociale.
    Anche la Gimbutas collega la nascita della metallurgia con l’arrivo degli dei urani e guerrieri. Mi piace credere che la lavorazione dei metalli abbia agito in maniera da risvegliare antiche paure mortali: un pugnale in rame e la capacità di cavalcare un cavallo rende più temibili, e la scelta è stata quella di rendere accessibili a pochi la capacità distruttiva e renderla prerogativa degli dei più alti (una specie di “effetto bomba atomica” dei tempi, magari non sono mancate nemmeno le polemiche circa l’immoralità del rame rispetto alla pietra, chissà!).
    Anche la doma del cavallo ha molte similitudini con l’uccisione del leone: forse si aggiunge il senso di civilizzazione degli istinti, e non soltanto di repressione. Una grossa differenza credo ci sia anche nell’atto di cavalcare un cavallo e quello di guidarlo seduti su un carro.

    • http://dresdencodak.com/2009/09/22/caveman-science-fiction/

      Non sempre i cambiamenti del progresso tecnico o scientifico trovano lo spirito umano pronto ad accettarli. Anzi, quasi mai: la reazione di solito è paura, la paura dell’atto sacrilego di aver colto il frutto dell’albero della conoscenza.

      O forse dire che lo spirito non è pronto è più semplicemente una tautologia: come si fa ad adattarsi ad un cambiamento, se non soltanto in seguito alla sua comparsa?

      mz

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