48. La pin-up ed il tappeto d’orso, di Gil Elvgren

Un tempo fra l’orso e la ragazza vi fu amore e reciproca comprensione: allora l’orso non appariva più come feroce e spaventoso, ma come un uomo coraggioso, la cui forza non era aggressione ma protezione.

Ma poi qualcosa andò storto: la donna prese il sopravvento, e sfruttò l’amore dell’orso per averlo in suo potere, mettendolo letteralmente sotto i suoi tacchi: non come una belva forte e rispettabile, ma come un misero tappeto, poco più d’uno zerbino.

E’ dunque questo il trionfo della donna? No, in un certo senso questa vittoria fu anche la sua condanna.

Gillette A. Elvgren fu un noto illustratore pubblicitario, specializzato nel ritrarre pin-up, ovvero ragazze avvenenti e discinte, che posano mostrando d’esser molto disponibili, ma col misero secondo fine di pubblicizzare un prodotto commerciale.

In una delle sue illustrazioni ritroviamo l’orso e la ragazza: anche lei ora è seduta a terra, anche lei è in qualche modo asservita.

Gil Elvgren - pin-up

Il suo corpo, quel meraviglioso oggetto di desiderio con cui aveva incatenato l’orso, è diventato un espediente pubblicitario, uno specchietto per le allodole. Il suo sguardo è vacuo, come se all’interno non vi fosse più un’animo.

Quello stesso fascino che prometteva di liberarla l’ha fatta schiava, l’ha mutata in uno dei tanti meccanismi di quella tremenda macchina chiamata “mercato”. Una macchina tanto inumana nella sua spietatezza, quanto umana nelle sue radici – avidità e ingordigia.

Ci saranno senza dubbio coloro capaci di vedere nelle pin-up una dimostrazione di emancipazione per le donne, una presa di coscienza di sè ed un conseguente consolidamento del potere del femminile.

Non so se dietro queste idee ci sia una maliziosa faccia tosta, o semplice sprovvedutezza. Io dietro la bella facciata delle gambe scosciate e delle idee di “libertà” e “indipendenza”, riesco ad intravvedere soltanto le catene del consumismo e della sua profetessa, la pubblicità.

E può esserci un asservimento più misero?

47. L’originalità e l’arte – parte seconda

Bikaner è una città del Rajasthan, dove ogni gennaio si tiene un festival dedicato ai cammelli, con gare, competizioni e persino danze di cammelli.
Una delle competizioni più spettacolari riguarda una particolare forma di tosatura dei cammelli, che vengono letteralmente decorati con dei splendidi motivi ornamentali, in nulla diversi da quelli che potremmo ritrovare in un tempio millenario.

Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner

La ripetizione tiene viva l’immagine: ciò non significa che essa debba restare immobile e sempre uguale a sè stessa. Come nel gioco del telefono senza fili, alcuni dettagli si perdono, altri cambiano e nuovi ne nascono. Ciò che sembra immobile dal limitato punto di vista umano, è invece una crescita rigogliosa se vista con l’occhio della storia e dei secoli. Pensate a come cresce una bolla di sapone sotto il soffio d’un bimbo che gioca; e come invece cresca diversamente una grande sequoia!

46. L’originalità e l’arte – parte prima

Uno dei comandamenti impliciti dell’arte odierna è l’assoluta necessità che l’opera sia originale ed innovativa.

Se si crea ispirandosi a qualche altro autore, si corre il forte rischio di veder etichettata la propria opera come “derivativa”; e l’accusa di plagio è sanzionata con un ostracismo che non ammette repliche.
Non voglio certo dire che l’originalità sia un male: essa è il motore dell’innovazione, e seza di questa saremmo ancora fermi a ripetere da secoli sempre le stesse, identiche cose. Ma non dev’essere neanche una regola obbligatoria.
Il diktat dell’originalità preclude l’esercizio dell’arte a chi non ha idee originali. Il presupposto odierno vuole che l’arte debba per forza avere un pubblico, e il pubblico vuole esser divertito, stupefatto, sconcertato – come un bimbo che si annoia per i troppi vizi.
Ma l’arte può essere anche un gesto per sè stessi, un rituale che si compie a proprio esclusivo beneficio. Può essere una forma di terapia, per dare sfogo a demoni che altrimenti ci rimarrebbero dentro, a roderci l’anima; o anche solo per riordinare le idee ed i sentimenti che compongono il nostro essere. L’arte in tal senso può essere anche un modo per conoscersi, per indagare le regioni nascoste del proprio spirito: e che importa, a questo fine, l’originalità?
Prendiamo ad esempio uno dei soggetti più inflazionato di sempre: il fiore reciso posto dentro un vaso.

Jan van Huysum - Malve ed altri fiori in un vaso

Jan van Huysum – Malve ed altri fiori in un vaso

Il fatto che tale immagini continui a riproporsi non comporta una monotona ripetizione: significa al contrario che l’immagine palesa un simbolo vivo e potente, che non ha ancora esaurito la gamma di significati che può potenzialmente esprimere.

Se una persona sente il bisogno di disegnare per l’ennesima volta un fiore dentro un vaso, non sarebbe un peccato se dovesse rinunciare, per il timore d’esser poco originale?

Il vaso è la materia inanimata, e il fiore è la vita.

Monastero franciscano di Pola - portale di ingresso

Monastero franciscano di Pola – portale di ingresso

Il vaso è l’umanità, e il fiore è Dio che si incarna nell’uomo.

Simone Martini - L'Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita (particolare)

Simone Martini – L’Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita (particolare)

Il vaso è l’inconscio, ed il fiore è l’intuizione.

Benjamin Vierling - Sacred Heart

Benjamin Vierling – Sacred Heart

Solo dopo una simile ricerca interiore sarà possibile una vera originalità. L’innovazione è connaturata alla vita del simbolo: una predisposizione associativa fissa che però si riveste sempre di nuovi contenuti.
Senza una simile base, ogni tentativo di rinnovamento è destinato a naufragare, divenendo mera stravaganza.

Joan Miro - Paesaggio con coniglio e fiori

Joan Miro – Paesaggio con coniglio e fiori

45. Il taccuino d’appunti del viaggio in Marocco di Eugène Delacroix

Nel 1832 Delacroix intraprese un viaggio nel nord dell’Africa. Con la capacità trasfigurativa tipica degli artisti, però, quel che vide Delacroix fu più che il Marocco in sè, ma un paese fantastico e primordiale, uno specchio delle nostre origini prima che la gabbia della civiltà ne smorzasse le forze.

Eugène Delacroix - viaggio in Marocco Eugène Delacroix - viaggio in Marocco Eugène Delacroix - viaggio in MaroccoEugène Delacroix - viaggio in Marocco Eugène Delacroix - viaggio in MaroccoIl taccuino di viaggio di Delacroix è un qualcosa di meraviglioso: illustrato in fretta, come di fronte ad una valanga di spunti e di stimoli, eppure bellissimo da vedersi, forse ancor più che l’opera finita. Quest’ultima in fin dei conti è mediata dalla riflessione e dallo studio della composizione, mentre qui possiamo trovare l’istantanea immediata di come un artista vede il mondo.

Eugène Delacroix - viaggio in MaroccoEugène Delacroix - viaggio in Marocco

Eugène Delacroix - viaggio in Marocco