49. L’angoscia di Auguste Friedrich Albrecht Schenck

Angoscia - Auguste Friedrich Albrecht Schenck

Le forme cambiano a seconda del modo in cui le si osserva: un cono può sembrare un cerchio se lo si guarda dal vertice, o un triangolo se lo si vede di lato. Lo stesso vale per i quadri!
L’agnello è morto, e la pecora dietro di lui, probabilmente sua madre, lo sta piangendo; ma già si avvicinano i corvi per far banchetto del suo cadavere.
La lettura più immediata è l’immedesimazione empatica con la madre: l’opera diventa allora il veicolo di una potentissima emozione, una disperazione tanto più nera quanto è cosciente della propria impotenza. E’ un emozione tremenda, eppure il cuore umano cerca anche questi abissi, come se nel farne esperienza vi trovasse una sorta di liberazione – tanto meglio poi se sono soltanto rappresentati su una tela!
Passato l’impatto iniziale, subentrano le interpretazioni allegoriche. Nella nostra cultura, l’agnello è principalmente un’immagine del Cristo, e la sua morte accenna allora al sacrificio della croce. La pecora che lo piange dev’esser quindi Maria; ma i corvi?
Qui subentra la soggettività. Un credente risponderà: il corvo è il peccato, oppure i peccatori, o ancora coloro che non seppero accogliere il messaggio del Vangelo. Ma un anticlericale non potrà far a meno di notare come le loro penne nere richiamino la tunica dei sacerdoti! Furono i sacerdoti del sinedrio a volere la morte di Gesù; e furono dei sacerdoti a ucciderne nel corso dei secoli la parola, con la loro rigidità, la loro ottusità ed i loro interessi.
Se l’osservatore è incline al vittimismo, potrebbe facilmente immedesimarsi nell’agnello, e vedere nei corvi i suoi persecutori, reali o presunti che siano.
Difficilmente ci potremmo immedesimare coi corvi, nonostante spesso finiamo proprio col ricoprire il ruolo di quelli: quando ad esempio seguiamo con interesse morboso le ultime notizie di cronaca nera, o magari quando diamo addosso ai gruppi sociali più deboli per giustificare le nostre deviazioni.
Se usciamo dalla metafora per attenerci ad un punto di vista più concreto e realista, potremmo anche ricordare che pure i corvi devono mangiare per vivere. Se stanno guardando l’agnello è per fame, e non per fare un dispetto alla madre, e neppure per simboleggiare il nero male che prevale sulla bianca innocenza. Forse anche loro hanno dei figli da sfamare, e la tenera carne dell’agnello potrebbe essere la salvezza che permette loro di far scampare alla prole la morte per inedia.
Ogni punto di vista è in fin dei conti legato all’altro: ora che abbiamo pensato ai corvi, ci può viene in mente che anche l’eucaristia è il corpo di Cristo, la carne dell’agnello sacrificale donata per la salvezza dei peccatori.
Nessuna interpretazione è l’unica: non esiste un significato giusto o sbagliato, ma visioni più o meno parziali. Anche l’intenzione dell’autore conta solo fino ad un certo punto: quante volte capita di compiere qualcosa pensando invece di intendere tutt’altro?
Quello fra opera ed osservatore è un rapporto a due: la prima è il presupposto oggettivo, e l’altro è la componente soggettiva. Entrambe sono importanti, ma nessuna deve prevalere mettendo in ombra l’altra. Se ci si attiene troppo strettamente all’oggettivo, l’interpretazione risulterà arida; se invece ci si concede troppa soggettività, quel che ne risulta sarà una narcisistica descrizione di sè stessi.
Cercare più interpretazioni per un medesimo quadro è un ottimo esercizio per armonizzare queste due componenti: si impara così ad ampliare e vivificare i simboli che esso contiene, evitando però di violentarli imponendo loro significati non congeniali alla loro natura.

48. La pin-up ed il tappeto d’orso, di Gil Elvgren

Un tempo fra l’orso e la ragazza vi fu amore e reciproca comprensione: allora l’orso non appariva più come feroce e spaventoso, ma come un uomo coraggioso, la cui forza non era aggressione ma protezione.

Ma poi qualcosa andò storto: la donna prese il sopravvento, e sfruttò l’amore dell’orso per averlo in suo potere, mettendolo letteralmente sotto i suoi tacchi: non come una belva forte e rispettabile, ma come un misero tappeto, poco più d’uno zerbino.

E’ dunque questo il trionfo della donna? No, in un certo senso questa vittoria fu anche la sua condanna.

Gillette A. Elvgren fu un noto illustratore pubblicitario, specializzato nel ritrarre pin-up, ovvero ragazze avvenenti e discinte, che posano mostrando d’esser molto disponibili, ma col misero secondo fine di pubblicizzare un prodotto commerciale.

In una delle sue illustrazioni ritroviamo l’orso e la ragazza: anche lei ora è seduta a terra, anche lei è in qualche modo asservita.

Gil Elvgren - pin-up

Il suo corpo, quel meraviglioso oggetto di desiderio con cui aveva incatenato l’orso, è diventato un espediente pubblicitario, uno specchietto per le allodole. Il suo sguardo è vacuo, come se all’interno non vi fosse più un’animo.

Quello stesso fascino che prometteva di liberarla l’ha fatta schiava, l’ha mutata in uno dei tanti meccanismi di quella tremenda macchina chiamata “mercato”. Una macchina tanto inumana nella sua spietatezza, quanto umana nelle sue radici – avidità e ingordigia.

Ci saranno senza dubbio coloro capaci di vedere nelle pin-up una dimostrazione di emancipazione per le donne, una presa di coscienza di sè ed un conseguente consolidamento del potere del femminile.

Non so se dietro queste idee ci sia una maliziosa faccia tosta, o semplice sprovvedutezza. Io dietro la bella facciata delle gambe scosciate e delle idee di “libertà” e “indipendenza”, riesco ad intravvedere soltanto le catene del consumismo e della sua profetessa, la pubblicità.

E può esserci un asservimento più misero?

47. L’originalità e l’arte – parte seconda

Bikaner è una città del Rajasthan, dove ogni gennaio si tiene un festival dedicato ai cammelli, con gare, competizioni e persino danze di cammelli.
Una delle competizioni più spettacolari riguarda una particolare forma di tosatura dei cammelli, che vengono letteralmente decorati con dei splendidi motivi ornamentali, in nulla diversi da quelli che potremmo ritrovare in un tempio millenario.

Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner

La ripetizione tiene viva l’immagine: ciò non significa che essa debba restare immobile e sempre uguale a sè stessa. Come nel gioco del telefono senza fili, alcuni dettagli si perdono, altri cambiano e nuovi ne nascono. Ciò che sembra immobile dal limitato punto di vista umano, è invece una crescita rigogliosa se vista con l’occhio della storia e dei secoli. Pensate a come cresce una bolla di sapone sotto il soffio d’un bimbo che gioca; e come invece cresca diversamente una grande sequoia!

46. L’originalità e l’arte – parte prima

Uno dei comandamenti impliciti dell’arte odierna è l’assoluta necessità che l’opera sia originale ed innovativa.

Se si crea ispirandosi a qualche altro autore, si corre il forte rischio di veder etichettata la propria opera come “derivativa”; e l’accusa di plagio è sanzionata con un ostracismo che non ammette repliche.
Non voglio certo dire che l’originalità sia un male: essa è il motore dell’innovazione, e seza di questa saremmo ancora fermi a ripetere da secoli sempre le stesse, identiche cose. Ma non dev’essere neanche una regola obbligatoria.
Il diktat dell’originalità preclude l’esercizio dell’arte a chi non ha idee originali. Il presupposto odierno vuole che l’arte debba per forza avere un pubblico, e il pubblico vuole esser divertito, stupefatto, sconcertato – come un bimbo che si annoia per i troppi vizi.
Ma l’arte può essere anche un gesto per sè stessi, un rituale che si compie a proprio esclusivo beneficio. Può essere una forma di terapia, per dare sfogo a demoni che altrimenti ci rimarrebbero dentro, a roderci l’anima; o anche solo per riordinare le idee ed i sentimenti che compongono il nostro essere. L’arte in tal senso può essere anche un modo per conoscersi, per indagare le regioni nascoste del proprio spirito: e che importa, a questo fine, l’originalità?
Prendiamo ad esempio uno dei soggetti più inflazionato di sempre: il fiore reciso posto dentro un vaso.

Jan van Huysum - Malve ed altri fiori in un vaso

Jan van Huysum – Malve ed altri fiori in un vaso

Il fatto che tale immagini continui a riproporsi non comporta una monotona ripetizione: significa al contrario che l’immagine palesa un simbolo vivo e potente, che non ha ancora esaurito la gamma di significati che può potenzialmente esprimere.

Se una persona sente il bisogno di disegnare per l’ennesima volta un fiore dentro un vaso, non sarebbe un peccato se dovesse rinunciare, per il timore d’esser poco originale?

Il vaso è la materia inanimata, e il fiore è la vita.

Monastero franciscano di Pola - portale di ingresso

Monastero franciscano di Pola – portale di ingresso

Il vaso è l’umanità, e il fiore è Dio che si incarna nell’uomo.

Simone Martini - L'Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita (particolare)

Simone Martini – L’Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita (particolare)

Il vaso è l’inconscio, ed il fiore è l’intuizione.

Benjamin Vierling - Sacred Heart

Benjamin Vierling – Sacred Heart

Solo dopo una simile ricerca interiore sarà possibile una vera originalità. L’innovazione è connaturata alla vita del simbolo: una predisposizione associativa fissa che però si riveste sempre di nuovi contenuti.
Senza una simile base, ogni tentativo di rinnovamento è destinato a naufragare, divenendo mera stravaganza.

Joan Miro - Paesaggio con coniglio e fiori

Joan Miro – Paesaggio con coniglio e fiori

45. Il taccuino d’appunti del viaggio in Marocco di Eugène Delacroix

Nel 1832 Delacroix intraprese un viaggio nel nord dell’Africa. Con la capacità trasfigurativa tipica degli artisti, però, quel che vide Delacroix fu più che il Marocco in sè, ma un paese fantastico e primordiale, uno specchio delle nostre origini prima che la gabbia della civiltà ne smorzasse le forze.

Eugène Delacroix - viaggio in Marocco Eugène Delacroix - viaggio in Marocco Eugène Delacroix - viaggio in MaroccoEugène Delacroix - viaggio in Marocco Eugène Delacroix - viaggio in MaroccoIl taccuino di viaggio di Delacroix è un qualcosa di meraviglioso: illustrato in fretta, come di fronte ad una valanga di spunti e di stimoli, eppure bellissimo da vedersi, forse ancor più che l’opera finita. Quest’ultima in fin dei conti è mediata dalla riflessione e dallo studio della composizione, mentre qui possiamo trovare l’istantanea immediata di come un artista vede il mondo.

Eugène Delacroix - viaggio in MaroccoEugène Delacroix - viaggio in Marocco

Eugène Delacroix - viaggio in Marocco

44. Un incubo di Zdzisław Beksiński

Zdzisław BeksińskiNessuno dei quadri del pittore polacco Zdzisław Beksiński ha un titolo. L’artista non si intratteneva mai nemmeno a parlare dei suoi quadri, ed evitava di rispondere alle domande sul significato delle sue opere.

L’atto stesso di creare implica l’esternazione di un contenuto interno, che sia una forza o un sentimento, un incubo o un bel ricordo. Nonostante tutte le sue opere siano particolarmente oscure e spaventose, Beksiński è ricordato come un uomo solare e piacevole, sempre pronto a scherzare.

C’è da chiedersi come quest’uomo sarebbe stato diverso se non avesse avuto nell’arte un modo per tirarsi fuori dall’anima tutti quei demoni!

43. Il Padre Nostro di Alphonse Mucha

Benchè non sia molto conosciuto, il commento illustrato al Padre Nostro di Mucha è uno dei suoi lavori più profondi e degni di meraviglia.

Nel 1900 Mucha era a Parigi, e benchè godesse di un discreto successo, era anche stufo di impegnare la sua arte solo per commesse commerciali quali pubblicità e poster. Sentiva un bisogno di elevazione, di slancio spirituale, e così decise di intraprendere l’ambizioso progetto di illustrare e commentare la più importante preghiera cristiana.

L’artista divise la preghiera cristiana in sette frasi, espandendo ognuna in tre parti ulteriori: una meravigliosa calligrafia illustrata, un breve commento scritto a mano in grafia gotica dallo stesso Mucha, e un’altra pagina riempita da un’illustrazione in uno stile più classico.

Il tutto fu pubblicato a Parigi, in un libricino a colori di cui furono stampati solo 510 esemplari.

Il commento e l’immaginario simbolico tradiscono l’influenza della massoneria, con cui l’artista venne in contatto proprio a Parigi; ma grazie a Dio il raffazzonato sincretismo religioso ed estetico di quegli ambienti non turba nè l’arte nè il pensiero di Mucha. Ne risulta invece un’interpretazione originale della preghiera, viva e vivificatrice, perchè la purifica dalle incrostazioni della consuetudine, come solo l’arte può fare.

Alphonse Mucha - Le PaterI sette cerchi sulla sinistra sono un richiamo alle sette parti che seguono, una sorta di sintesi condensata in un’immagine altamente simbolica.

Alphonse Mucha - Le Pater 1213

Padre nostro che sei nei cieli

Nel seno della materia dormiente l’uomo si sveglia a poco a poco, fino a giungere faticosamente alla coscienza. Per arrivare lassù, verso l’Ideale, è necessario che la sua anima si orienti, si sblocchi, abbandoni la regione delle tenebre in cui il suo corpo lo trattiene.
L’uomo di buona volontà avanza lentamente verso questa luce che egli percepisce in lontananza, e assieme a lui, sale la folla degli esseri, i suoi simili. Tutti costoro sono suoi fratelli – figli di una stessa famiglia, destinati allo stesso futuro, e in uno slancio di amore filiale, egli chiama questa Luce che li guarda tutti: “Padre nostro che sei nei cieli”.

Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater

Sia santificato il tuo nome

Uscito dall’abisso della terra e arrivato davanti a questa Luce che è la Divinità, l’uomo vuole offrire a Dio il meglio di ciò che possiede, e fa salire assieme al fumo del sacrificio che Gli rivolge i suoi sentimenti di adorazione e glorificazione.
Tutte le moltitudini prostrate aggiungono al fuoco materiale che sale la fiamma interiore che emerge dai loro cuori incoscienti.
Raccolta in una benevola compassione, la Divinità contempla questo primo passo verso il risveglio della lucidità.

Alphonse Mucha - Le Pater

Alphonse Mucha - Le Pater

Alphonse Mucha - Le Pater

Venga il tuo regno

La Divinità, mossa da questo sforzo costante che sale verso essa, fa discendere un primo raggio di Verità che viene a rischiarare l’abisso nel quale lottano gli uomini.
Sorpresi all’inizio da questa luce che penetra le loro anime, fino ad allora immerse nelle tenebre della materia, si avvicinano, spinti da una santa curiosità, e si sentono dominati da una Forza sconosciuta che regna ormai su di loro: l’Amore.

Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater

Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra

Conoscendo ora il suo Padre divino e l’amore che lo unisce a lui, l’uomo impara a fidarsi della Potenza benevola che controlla il suo destino.
In un completo abbandono di sé, egli accetta da Dio tanto il bene quanto il male, con la medesima rassegnazione, sapendo già che tutti gli avvenimenti della vita sono controllati dalla saggezza di una Volontà superiore.

Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Egli ammira questa saggezza della Provvidenza che soddisfa, ogni giorno, tutti i bisogni degli esseri che vivono attorno a lui. Egli vede che dal seno della terra escono fiumi di latte ai quali si abbevera la sete dell’uomo, mentre la Divina Bontà gli dà il pane spirituale dell’Amore che viene a saziare la fame della sua anima.

Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Possedendo gli alimenti della vita materiale e spirituale, l’uomo volge quindi la sua Coscienza verso i suoi simili e deve imparare a trasferire sul suo prossimo l’Amore interiore che lo anima.
Padroneggiando la forza malvagia dei suoi istinti primitivi, grazie alla Volontà del suo Educatore eterno deve anche comprendere e seguire la grande legge del Perdono.

Alphonse Mucha - Le Pater Alphonse Mucha - Le Pater

Alphonse Mucha - Le Pater

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male

Nella coscienza assoluta di se stesso, ora l’uomo avanza dentro il raggio di chiarezza intravista verso l’Ideale, sorgente luminosa che lo attira.
La sua volontà, aiutata e diretta dalla sollecitudine della sua Guida Divina, attraversa le insidie dei demoni del male e infine arriva, purificata dalla materia e libera, di fronte all’Essere Supremo che l’ha risvegliata alla vita.

Alphonse Mucha - Le Pater

42. Le illustrazioni fiabesche di Johan Fabricius

L’animo umano è irresistibilmente attratto dal mistero. Finchè una cosa rimane sconosciuta non si dà pace: esplora, ragiona, investiga ed esperimenta, fermandosi soltanto quando ormai non c’è più niente da scoprire.

Che delusione, allora! Una volta conosciuto, il mistero si perde, e con esso svanisce ogni fascino che ammaliava così ardentemente il nostro spirito.

Johan Fabricius

Johan Fabricius era uno scrittore, specializzato in letteratura fiabesca per i bambini. Quelle che qui vi ripropongo sono alcune illustrazioni dei racconti della serie “De wondere avonturen van Arretje Nof”, del 1928; non ho trovato il testo in italiano o inglese, e l’olandese ,lo ammetto, davvero non lo capisco.

Johan Fabricius

Ma proprio per questo le immagini risultano ancora più godibili: così avvolte dal mistero, cessano di essere un semplice corredo didascalico ad una storia, e si ampliano fino a diventare una cornice in cui la nostra fantasia può ricamare liberamente.

Johan Fabricius

Johan Fabricius

41. Il Cristo e gli uomini visti da William-Adolphe Bouguereau

Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe“, disse Gesù ai suoi discepoli; ma in un altro passo dei Vangeli, la stessa profezia riecheggia, rivolgendosi direttamente al Cristo stesso: “Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso“.

William-Adolphe_Bouguereau_(1825-1905)_-_The_Flagellation_of_Our_Lord_Jesus_Christ_(1880)La pelle di Gesù è pallida, il suo corpo sembra avvolto da una luce bianca, la luce del martirio; la testa piegata all’indietro in un sordo grido di dolore, gli occhi ormai perduti nella sofferenza. Ma il particolare più raccapricciante è l’espressione del volto di coloro che lo stanno tormentando. Non c’è traccia di crudeltà, accanimento, non c’è né ira né collera, ma un contegno serio e grave, come di chi sta compiendo semplicemente il proprio dovere solenne.

Anche le persone che assistono allo spettacolo hanno la stessa espressione, quasi un’ostentata indifferenza. Se potessero parlare direbbero certamente qualcosa tipo:”E’ crudele, ma non c’era altra cosa da fare, era l’unica soluzione”. Solo un bambino, sulla destra, è voltato per non guardare la scena: vorrebbe essere un simbolo di innocenza, ma di fatto è piuttosto l’allegoria dell’impotenza e dell’ignavia.

Spesso dietro i crimini più efferati si nasconde proprio la ferma convinzione di essere nel giusto. Se i sacerdoti mandarono al flagello Gesù, non fu per invidia o meschinità, ma per la ferma e santa convinzione di proteggere il loro popolo, di salvaguardare la Legge e di preservare il fragile equilibrio politico di quegli anni di confusione. Eppure proprio questo desiderio di fare del bene diventa una via perversa tramite il quale il male si manifesta nel mondo!

Anche i “pagani” fustigatori, in fin dei conti, non stanno facendo altro che il loro mestiere: rifiutare il compito del torturatore significherebbe disertare, una pericolosa infrazione dell’ordine gerarchico. Forse si potrebbe anche cercare una sfumatura di rimorso fra le pieghe dei loro occhi, ma che importa, dal momento che continuano a dar frustate?

Ecco, il male è venuto al mondo tramite coloro che sono convinti di essere nel giusto, e quello stesso male cresce per mano dei soldati che eseguono senza obiettare i loro ordini.

Quante volte simili situazioni si sono ripetute nella storia! Nessuno vuole il male, tutti cercano attivamente il bene, e proprio nel cercarlo creano l’esatto opposto.

Basterebbe un po’ di dubbio, per allentare quella soffocante sicurezza in sè stessi che è la causa di tanta rovina: quello stesso dubbio che la Chiesa definisce l’arma principale del Diavolo. Ma a pensarci bene, chi più degli appartenenti alle gerarchie ecclesiastiche è fermamente convinto di essere nel giusto?

Noi pertanto, aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall’’esordio della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della cattolica religione ed a salute dei popoli cristiani coll’approvazione del Sacro Concilio, insegniamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato, il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra, ossia quando, esercitando l’uffizio di Pastore e Dottore di tutti i cristiani, per la sua suprema apostolica autorità definisce una dottrina sulla fede o sui costumi doversi tenere da tutta la Chiesa, per l’assistenza divina, a lui nel beato Pietro promessa, godere di quella infallibilità di cui il divin Redentore volle essere fornita la sua Chiesa nel definire una dottrina sulla fede o sui costumi, e pertanto tali definizioni del romano Pontefice essere per se stesse e non pel consenso della Chiesa, irreformabili. Se alcuno poi, tolgalo Iddio, osasse contraddire a questa nostra definizione, sia anatema.

Ah, per quanti secoli il Figlio dell’Uomo è rimasto nelle mani dei sommi sacerdoti e degli scribi!

C’è una meravigliosa poesia di Jacopone da Todi, “Donna de Paradiso”, che racconta la Passione vista dagli occhi di Maria:

«Donna de Paradiso,
lo tuo figliolo è preso
Iesù Cristo beato.

Accurre, donna e vide
che la gente l’allide;

credo che lo s’occide,
tanto l’ho flagellato»

e poi continua, con il popolo che reclama la morte di Gesù:

«Crucifige, crucifige!
Omo che se fa rege,

secondo la nostra lege
contradice al senato».

Vengono in mente altri versi, dalla canzone Geordie di De Andrè:

«Né il cuore degli inglesi né lo scettro del re
Geordie potran salvare,
anche se piangeran con te
la legge non può cambiare».

Gli uomini non possono controllare la legge: ma come, non l’hanno creata loro stessi? Forse la legge ha preso vita propria, come un idolo sfuggito al controllo dei propri teurghi?

O è soltanto una scusa, un paravento dietro cui nascondere le proprie viltà, evitandone la responsabilità?

Forse entrambe le cose sono vere: la legge è un idolo costruito con i migliori intenti e le migliori speranze degli uomini, ma che finisce per attrarre e concentrare proprio l’esatto opposto – meschinità, sospetti, paure.

La via della società è la via della legge: le due cose paiono quasi coincidere. Ma è possibile anche un’altro contegno, che non sia né imposizione né rinuncia. La via opposta è un cammino di umiltà e povertà di spirito, fatto non di convinzioni gridate ai quattro venti, ma di domande sussurrate. Non è la via degli eroi, ma esige una forza molto più dolce e delicata, capace di rinunciare e donarsi.

Senza sprecare troppe parole, lasciamo il campo a Bouguereau, che lo dipinge mirabilmente, ispirandosi ad un altro noto passo del Vangelo: “Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui.
A ben vedere, non si tratta nemmeno di una decisione propria: altrimenti si potrebbe anche pensare che il gesto di Simone sia mosso da vanità, o da esibizionismo, o dal desiderio di ricompense. Anche questa è invece un’imposizione forzata: ma la grandezza d’animo sta tutta nel modo in cui lui ha saputo farsene carico.

William-Adolphe_Bouguereau - Compassione

40. Il cervo di Lascaux

Lascaux è un paesino nel sud della Francia, celebre per le vicine grotte in cui si conservano dei dipinti risalenti al Paleolitico.

Le immagini non sono affatto semplici o rozze, ma sono tracciate con mano esperta e sicura, con un magnifico tratto fra lo stilizzato e la rappresentazione naturalistica.

Le raffigurazioni sono moltissime, più di duemila. Una delle più belle è quella che ritrae il Megaloceros:

02_02_00_11Il Megaloceros è una specie estinta, simile al nostro cervo, ma decisamente più imponente sia per le dimensioni del corpo che per le maesose proporzioni del palco di corni. Per farsi un’idea, questa è uno scheletro fossile del Megaloceros giganteus, conservato nel Museo Nazionale di Storia Naturale di Washington D.C.:

Alce irlandese, Museo di Storia Naturale di Washington D.C.E’ conosciuto anche come alce irlandese, non perchè abitasse solo in Irlanda, ma perchè è lì che se ne è trovata la maggior quantità di resti fossili. Era alto più di due metri, e le corna raggiungevano un’apertura di tre metri e mezzo!

Viene spontaneo chiedersi quale fosse il motivo che spinse l’antico artista a disegnare il Megaloceros sulle pareti della grotta: forse un rito propiziatorio per la caccia, o magari la commemorazione di una battuta di caccia particolarmente riuscita. Il problema è che quando, come in questo caso, mancano le fonti scritte, è particolarmente difficile – se non impossibile – stabilire un’interpretazione certa ed univoca del significato di ciò che ci è stato tramandato.
Il rischio è di finire coll’addossare al reperto preistorico categorie di pensiero contemporanee. Neppure con tutta la buona fede ed il rigore scientifico col mondo si è al riparo dall’errore! Pensate alla scuola di Freud, quando parlava di totemismo: non si stava effettivamente analizzando l’antropologia delle popolazioni studiate, ma le si usava come schermo su cui proiettare le forze, le tensioni e le angosce che si agitano nella mente contemporanea. Torno a dirlo: non c’è niente di male in tutto ciò, è un ottimo modo di autoanalisi, ma affinchè il metodo dia frutto è necessario essere ben coscenti del fatto di ciò che stiamo facendo. Guardate le figure di Lascaux: potrà sembrarvi che parlino di voi, dei vostri problemi, della vostra anima; e allora ascoltatele! Ma non pensate che quello che voi sentite sia la stessa cosa che voleva dire l’artista che le dipinse!

Se invece vi interessa davvero scoprire quali intenzioni muovevano la mano dell’antico illustratore, rimane ancora una strada, che di fatto è l’opposto simmetrico dell’altra. Certo, sono passati eoni dall’attimo della creazione a quello della nostra osservazione: ma in fin dei conti tanto l’uomo preistorico quanto quello moderno sono entrambi uomini.
Lasciamo da parte tutti i preconcetti, le idee acquisite, le teorie già pronte da applicare con la forza ai fatti, con quello che S.J. Gould chiamò “il calzatoio di Walcott”. Guardiamo con un silenzio della mente, ascoltando le reazioni dell’anima.

L’emozione più genuina fra quelle che salgono al cuore mentre ammiriamo il dipinto del Megaloceros è una forza profonda e impetuosa: la meraviglia. E non è forse la stessa meraviglia che provava l’uomo preistorico di fronte all’animale in carne ed ossa? Non potrebbe essere questa la spinta primaria che portò alla raffigurazione sulle pareti della grotta?

Certo, questo è un metodo poco scientifico, e gli accademici storceranno il naso. In fondo hanno ragione: anche in questo caso c’è sempre il rischio di contrabbandare sotto banco sentimenti propri sull’oggetto dell’osservazione. Ma bisogna chiedersi: uno dei fondamenti dell’arte non è proprio l’empatia, il presupposto secondo cui l’artista riesce a trasmettere i propri stati d’animo a colui che vedrà la sua opera? Se così non fosse, si potrebbe davvero parlare d’arte?