6. Una scultura sulla facciata della chiesa di San Francesco a Cividale (UD)

Quando sentiamo parlare d’arte di solito ci vengono in mente quadri o sculture realizzati con una tecnica inarrivabile, opere magari opulente e sovraccariche. Ma l’arte è soprattutto comunicazione, e non le è necessaria la complicazione o lo sfarzo per raggiungere il suo scopo: anzi, spesso le cose non essenziali sono piuttosto distrazioni o intralci.
A Cividale del Friuli ci sono tante chiese antiche, ricche d’opere d’arte. Fra queste ce n’è una un po’ in disparte, meno frequentata da turisti e curiosi: la chiesa di San Francesco. Al suo interno è conservato quel che resta di una serie di affreschi; ma c’è un piccolo gioiello, che ben pochi vedono, nonostante sia in bella vista, proprio sul portale d’ingresso principale.

Chiesa di S. Francesco - CividaleLa raffigurazione è di una semplicità disarmante. Un cerchio, due occhi e un naso, una sagoma, una diagonale: tutto qui. Però è quel che basta per farsi comprendere, e aggiungere altro non servirebbe se non ad appesantire il messaggio con detagli superflui.

La nostra mente è particolarmente predisposta a riconoscere un volto umano: non le bastano che due occhi all’interno di una forma rotondeggiante, oppure vicini ad una linea orizzontale come bocca, per concludere che si tratta di una faccia. Questo meccanismo è talmente sensibile da far scattare spesso delle false attivazioni, che ci fanno vedere facce dove facce non ci sono. E’ un fenomeno chiamato pareidolia, ed è perfettamente normale; ad esempio tutti noi vediamo una faccia in questa foto, anche se in realtà è solo un rubinetto:

pareidoliaPossiamo anche dire che questa elasticità cognitiva è uno dei fenomeni che permette l’arte: se non ci fosse, non vedremmo paesaggi sulle tele o volti sui ritratti, ma soltanto macchie di colore!

Torniamo alla nostra scultura: viene istintivo pensare che la figura sia femminile. Ce lo dicono sia la sagoma che il velo attorno ai capelli. In questi anni va di moda scagliarsi contro l’Islam e l’hijab, il velo che copre i capelli. La nostra società lo vede come un’imposizione alla donna, estranea alla nostra morale; ma dovremmo ricordare che fino a pochi decenni fa anche le nostre nonne vestivano comunemente con scialli attorno ai capelli.

Evidentemene però la figura sulla chiesa non è una donna qualsiasi. Qui entra in gioco un altro fattore: la veste che avvolge la testa lasciando libero solo il volto, ed anche la piega diagonale del vestito bastano a richiamare la raffigurazione classica della Madonna. Se la pareidolia è un meccanismo fisiologico, questo è invece un fenomeno culturale: la ripetizione del modello tipo l’ha reso talmente conosciuto che basta un accenno per evocare alla mente l’immagine completa! Qui il contesto gioca un ruolo importante: se non fosse stata sul muro d’una chiesa, forse sarebbe stata compresa in maniera diversa!

Da quel semplice gioco di linee abbiamo già estrappolato tre livelli di informazione sovrapposti: si tratta di un essere umano, si tratta di una donna, si trata della Vergine Maria.

La mancanza di dettagli che intervengano a fissare in modo determinato il messaggio fa sì che i livelli siano intercambiabili ed intercomunicanti. Ad esempio, la Madonna è così stilizzata che, a volerlo, si potrebbe supporre che sia una donna qualsiasi. E forse il messaggio più profondo è proprio questo: il simbolo incarnato dalla figura della madre del Cristo non è limitato solo a quella particolare occorrenza storica, ma può essere incarnato in qualsiasi donna.

Non dimentichiamo che le interpretazioni possono essere infinite, specialmente quando abbiamo dei tratti così semplici e puri. Vale la pena di prendere un foglio, e ritracciare sulla superficIe il disegno:

Chiesa di S. Francesco - CividaleOra che non è più sul portale d’ingresso d’una chiesa, il segno diventa parte d’un simbolo ancora più indeterminato, ancora più universale. Lo stile semplice è tanto antico quanto moderno. Potrebbe essere sia un graffitto rupestre che un bassorilievo di Cartagine; ma potrebbe essere benissimo anche il logo d’una azienda, o un icona in uno smartphone!

Alla fine, anche il cristianesimo è un contesto che fissa e modifica a  modo suo il simbolo universale; ma nemmeno in esso c’è la radice ultima del simbolo. Anche il cristianesimo, rispetto all’essenzialità del segno, è un dettaglio aggiuntivo!

Forse il significato vero del simbolo sta proprio nel suo continuo cambiare, pur restando sempre sè stesso: la capacità di essere eterno ed immutabile, pur essendo costituito dall’essenza stessa della variabilità del tempo.

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5. Harry Clarke e le illustrazioni del Faust

Harry Clarke era un artista irlandese, specializzato nella realizzazione di vetrate; ma ciò per cui viene maggiormente ricordato sono le sue illustrazioni per libri. Clarke ha illustrato alcuni libri di Edgard Allan Poe, e un’edizione delle fiabe di Hans Christian Andersen; ma il suo lavoro più famoso è l’illustrazione del Faust di Goethe, nel 1925.

Le immagini più interessanti non sono le illustrazioni principali, ma quelle di corredo al testo, ad esempio quelle poste all’inizio dei vari capitoli. Qui il disegno si semplifica e si fa essenziale; non ci sono più sfumature, ma poche linee nette ed insostituibili.

Clarke - FaustMolte delle illustrazioni hanno un gusto onirico, non privo di una certa inquietudine di fondo:

Clarke - FaustIl tenore delle immagini oscilla costantemente fra il sessuale ed il grottesco, con delle scelte molto audaci, spece se consideriamo gli anni della pubblicazione, il 1925!

Clarke - FaustQui è lampante e chiara l’accusa ad una società dedicata solamente ai piaceri più immediati e terreni, in cui gli ideali non sono ormai che un paravento dietro cui nascondere i propri peccati. Un accusa ancora viva e più che mai attuale!

Il richiamo al sesso alle volte è vagamente acennato:

Clarke - FaustAltre volte invece è decisamente più esplicito!

Clarke - Faust

In quest’illustrazione la sessualità è chiaramente caricata con connotati demoniaci: il fallo è un serpente con lo sguardo ed il ghigno diabolico! Ma altrove la stessa mandorla che qui cinge il serpente diventa promessa di salvezza per l’anima:

Clarke - FaustIn molte illustrazioni la sessualità e la religione stanno a fianco, senza prevalere l’una sull’altra:

Clarke - FaustIn un unico disegno troviamo l’allusione al calice dell’eucaristia e al tempo stesso al tabù sociale del sangue mestrale. Le linee qui sono modernissime: un disegno simile potrebbe essere benissimo una vignetta del fumettista Moebius!

Clarke - FaustLa controparte maschile della coppa del Graal è la lancia di Longino, che trapassò il cuore di Cristo. Anche qui, Clarke mescola il divino con l’animale del rettile ed il demoniaco della coda da diavolo; ed anche il cuore trapassato non maschera per niente il riferimento alla penetrazione sessuale!

Il messaggio dell’artista sembra essere che bene e male, sacro e demoniaco, purezza e corruzione non sono così distaccate e distanti come vorremmo credere, ma si toccano e in certe regioni dell’esistenza (come ad esempio nell’anima dell’uomo) arrivano persino a confondersi, e a mescolarsi inestricabilmente:

Clarke - Faust

4. Le estasi di Bernini

Bernini - Estasi di santa Teresa

L’Estasi di santa Teresa d’Avila è una scultura di Gian Lorenzo Bernini conservata nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma.

La fonte iconografica principale della composozione è un passo dell’autobiografia della santa: «Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio.»

Non serve certo sottolineare le allusioni alla sessualità a malapena velate in questa estasi. Nonostante la statua sia in una chiesa, Bernini non fa nulla per nascondere la sensualità che traspare da queste righe: la posizione distesa, i piedi nudi, le curve della veste, il sorriso dell’angelo e la sua spalla scoperta…

Ma sopratutto l’espressione del volto della santa:

S. Teresa - volto

S. Teresa - Bocca

C’è un’altra statua di Bernini, quasi una variante di questa: L’estasi della Beata Ludovica Albertoni.
Anche questa si trova a Roma, nella Chiesa di San Francesco a Ripa.

Fu scolpita dieci anni dopo, e l’allusione quasi maliziosa qui è ancora più spinta:
 L'estasi della Beata Ludovica Albertoni

Può venir spontaneo pensare che Bernini era sì un grande artista, ma forse un po’ sporcaccione, e che non gli interessasse tanto il culto cristiano quanto i piaceri del sesso.; ma come sempre, le conclusioni più ovvie sono anche le più grossolane.

Che l’amore carnale e l’estasi spirituale siano molto vicini l’un l’altro è cosa risaputa sin dall’antichità. I punti di contatto sono innumerevoli: la ierodulia dei culti fenici e punici; la poesia d’amore quasi licenziosa del Cantico dei Cantici; le nozze dell’Agnello nell’Apocalisse di Giovanni; la sessualità del tantrismo… La lista potrebbe continuare a lungo, ma quel che importa ora è chiarire una cosa: sessualità e slancio mistico non sono termini di una spiegazione, non si possono ridurre l’uno all’altro. E’ sbagliato dire che lo slancio mistico sia solamente una manifestazione deviata della sessualità; ed è altrettanto errato sostenere che l’anelito religioso sia un livello superiore e più elevato dell’amore carnale.

Bisogna vederli piuttosto come due aspetti d’un equazione. Se diciamo “A = B” non significa che B è il vero aspetto di A, o viceversa: si tratta infatti di una relazione alla pari. Lo stesso vale per il sesso e la mistica: non sono in contrasto, e non ha senso dire che una di esse prevale o è più importante: ma sono due diversi aspetti d’un unico Amore.

3. La discesa al Limbo di Gesù, del Romanino

Romanino - Discesa al LimboQuesto è solo un pezzo di una serie di affreschi che si possono ammirare nella chiesa di Santa Maria della Neve a Pisogne, in provincia di Brescia, proprio sulle rive del lago d’Iseo.

Le ombreggiature sono talmente marcate da sembrare grossi contorni neri. Non è solo un dettaglio di stile: anche un particolare come il contorno netto può avere un suo significato. D’altronde anche nel linguaggio figurativo contorni e sfumature stanno ad indicare quanto chiara e determinata sia un idea!

Nel suo “Verso un ecologia della mente”, Gregory Bateson dedica uno dei primi capitoli alla questione, apparentemente banale, del perchè vediamo le cose con i contorni. Bateson chiama in causa William Blake, con due citazioni fra loro contrastanti, di cui non specifica chiaramente la fonte: “I pazzi vedono i contorni e perciò li disegnano”, e “I saggi vedono i contorni e perciò li disegnano”.

Cercando meglio, la prima citazione proviene dalla breve poesia “Agli artisti veneziani”, che inizia con “Che Dio colori lo dimostra Newton, e che il Diavolo sia un contorno nero, tutti lo sappiamo“, e che si conclude appunto con “I pazzi vedono i contorni e perciò li disegnano“.

Non ho trovato la fonte della seconda citazione, ma sul tema c’è un altra nota poetica, dello stesso Blake, intitolata “Sulla delusione di Sir Joshua Reynolds per la sua prima impressione di Raffaello” che inizia con questo verso: “Qualcuno vede i dolci contorni, e le meravigliose forme che l’Amore veste“.

Il contorno è quindi una creazione della mente, che organizza la creazione dividendola secondo categorie, in un certo senso imposte al tutto indifferenziato. I contorni sono la base della logica: le categorie sono rappresentate come cerchi, appunto come contorni che recintano gli elementi a loro appartenenti.

L’avere categorie mentali ben fissate dà all’uomo sicurezza; ma si rischia di violentare la realtà imponendole strutture che non le appartengono.

Se confrontiamo i tratti dell’arte nel corso dei secoli, possiamo vedere come queste linee vadano progressivamente perdendo consistenza. L’arte romanica è nettamente delineata; già Romanino maschera i contorni con le ombreggiature, e con il naturalismo del rinascimento le linee nere di contorno spariranno definitivamente. Questa evoluzione grafica riflette un cambiamento dell’anima dell’uomo: dalle certezze ferme della fede alle sfumature incerte del dubbio.

E’ una perdita di sicurezza, ma è necessaria per comprendere più a fondo l’universo; ma è comunque pericolosa, perchè può portare ad una perdita di identità. Il processo culminerà nel ventesimo secolo, quando non solo i contorni saranno perduti, ma le stesse forme andranno perdendo coesione.

1. L’angelo ferito di Hugo Simberg

Hugo Simberg - L'angelo ferito

Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.

A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?

Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.
La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.
Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.
Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.
Ogni intrepretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità.
Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! La paternità di un’opera d’arte non implica di certo la piena comprensione cosciente: anzi, se così fosse il quadro non sarebbe che uno sterile esercizio di stile.
Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!