16. Ivan il Terribile uccide suo figlio, di Ilya Yefimovich Repin

Ilya Yefimovich Repin - Ivan il terribile e suo figlio Ivan, il 16 novembre 1581Il titolo completo di questro quadro è “Ivan il Terribile e suo figlio Ivan, il 16 novembre 1581”.

Nel 1581, Ivan IV detto il Terribile picchiò la moglie del proprio figlio, per rimproverarla a causa del suo vestito, a suo dire poco decente. La sfortunata era incinta, e di lì a poco perse suo figlio. Ovviamente il figlio di Ivan il Terribile (anche lui si chiamava Ivan) pensò subito che la causa della disgrazia fosse da ascrivere alle percosse subite dalla poveretta. Ne parlò con il padre, e ne nacque una collutazione talmente violenta che alla fine il figlio ci lasciò la pelle, colpito alla tempia dal padre.
Evidentemente il “Terribile” del soprannome non era certo una vanteria a vuoto!

Eppure un istante dopo il tremendo fatto, la collera è svanita, e lascia spazio ad uno sguardo sgomento ed incredulo, come se Ivan non riuscisse a realizzare l’atto che lui stesso ha appena compiuto.

Il pittore ha illuminato l’assassino con una luce che ricorda i moderni riflettori di teatro: un espediente che sottolinea drammaticamente la colpevolezza ed allo stesso tempo simboleggia la sopravvenuta – e tardiva – lucidità mentale.Ilya Yefimovich Repin - Ivan il terribile e suo figlio Ivan, il 16 novembre 1581Se non fosse per il sangue che gli macchia le mani, l’abbraccio potrebbe passare per quello di un padre che ama suo figlio; ma la paura in quegli occhi è il terrore di chi è temuto persino da sè stesso.

La storia dice che dopo il tragico evento Ivan IV si disperò, dichiarando di non essere degno di essere uno Zar.
Riunì tutti i suoi boiardi, comunicò loro l’intenzione di abdicare, e chiese loro di scegliere un erede; ma questi rifiutarono, perchè avevano il timore di venir condannati per aver complottato contro lo Zar!

15. La fine nel fuoco e l’inizio nell’acqua nei quadri di Herbert James Draper

Una volontà cosciente troppo spinta si espone al rischio di veder punita la propria arroganza tramite le sue stesse mani. Lo abbiamo già visto in passato (qui e qui); ma forse l’esempio più icastico e conosciuto è racchiuso nell’episodio del volo di Icaro.

Il sole è uno dei simboli più vivi della coscienza: pura luce, senza alcun ombra. Eppure l’uomo, avvicinandolo, muore bruciato dalle fiamme di quella stessa luce, come la falena con la candela dell’immaginario poetico.

Attenzione: non c’è solo sprezzante arroganza in quest’immagine. Un altra chiave di lettura potrebbe intendere il volo verso il sole come un anelito d’amore, e la morte conseguente come l’annientamento del sè nell’unione mistica fra i due amanti, o fra l’anima umana e Dio. In questo caso, il corpo di Icaro non sarebbe che una scorza vuota, lasciata indietro. Come può cambiare un’immagine, se guardata da un altro punto di vista!

Ma per questa volta, restiamo fedeli all’interpretazione tradizionale:

Herbert Draper - Il pianto per IcaroIl pittore preraffaelita Herbert Draper ha dipinto la scena conclusiva del tragico volo: l’eroe è schiantato al suolo, ormai privo di vita, pianto da alcune Naiadi. La genialità della composizione sta nell’aver tratteggiato le ali come se fossero le pagine d’un libro aperto. La vita è proprio un libro aperto, e la morte è il gesto di chiuderlo e riporlo su uno scaffale.

Ma c’è un altro bellissimo quadro di Draper, che fa da contraltare alla morte di Icaro, completandola e dandole un significato:

Herbert Draper - Un figlio dell'acquaIl quadro, intitolato “Un figlio dell’acqua”, è in molti sensi l’opposto dell’altro. Mentre lì predominavano le ombre ed i colori caldi, le tonalità delle fiamme, qui prevalgono la luce i freddi colori dell’acqua; anche la forma stessa del quadro è simpolicamente opposta: lì il quadrato, qui il cerchio. Ma soprattutto, mentre il primo dipinge la morte, questo ritrae l’inizio di una nuova vita.

A guardar bene, lo sfondo è lo stesso: il luogo è sempre il lago dove Icaro è precipitato. La conchiglia è un’allegoria abbastanza trasparente della matrice sessuale femminile; ma le sue valve aperte ricalcano anche decisamente la disposizione delle ali di Icaro.

Il libro è lo stesso: anche una volta chiuso, si può sempre tornare a riaprirlo. La morte e la vita sono due facce d’un unica pagina, voltata dalla mano d’un lettore a volte attento, altre distratto – che sia Dio, il Destino, o anche soltanto il Caso.

Intermezzo autunnale

Per spezzare un po’ il ritmo, ed in onore dell’autunno che finalmente è esploso con tutta la sua calma regale, vi propongo una poesia di Oscar Wilde:

Sonnet On Hearing The Dies Irae Sung In The Sistine Chapel

Nay, Lord, not thus! white lilies in the spring,
Sad olive-groves, or silver-breasted dove,
Teach me more clearly of Thy life and love
Than terrors of red flame and thundering.
The hillside vines dear memories of Thee bring:
A bird at evening flying to its nest
Tells me of One who had no place of rest:
I think it is of Thee the sparrows sing.
Come rather on some autumn afternoon,
When red and brown are burnished on the leaves,
And the fields echo to the gleaner’s song,
Come when the splendid fulness of the moon
Looks down upon the rows of golden sheaves,
And reap Thy harvest: we have waited long.

E’ davvero un peccato tradurre una simile opera d’arte: è come fotografare un quadro con una mediocre macchina fotografica, e pretendere che la foto sia la stessa cosa dell’opera originale. Il significato dei versi è solo uno dei lati d’una poesia; altrettanto importanti, se non di più, sono i ritmi ed i timbri dei suoni che la compongono!
Ma per quelli di voi che non masticano l’inglese, qui c’è la traduzione, per quanto approssimativa:

Sonetto ascoltando il Dies Irae cantato nella Cappella Sistina

No, non così, Signore! Gigli bianchi in primavera,
Vecchi uliveti, o la colomba dall’argenteo petto,
Parlano più chiaramente al mio cuore della Tua vita
E dell’amore che non minacce di tuoni e fiamme rosse.
Di te le vigne sopra i colli risvegliano ricordi:
L’uccello che ritorna a sera al nido
Mi parla di colui che non trovava un posto di riposo;
Credo che sia di te che stan cantando i passeri.
Vieni piuttosto quando le foglie risplendono rosse e brune

Sotto il tardo sole d’autunno dopo il mezzogiorno,
E il canto dei spigolatori riecheggia per i campi,
Vieni, quando la spledida pienezza della luna
Scende a toccare le fila di covoni d’oro
E mieti il Tuo raccolto: abbiamo atteso a lungo.

14. L’orso e la ragazza

Theodor Kittelsen - Valemon, il re degli orsiValemon è il protagonista di una bellisima fiaba norvegese, raccontata da Peter Christen Asbjørnsen. E’ un nobile principe, ma è anche un orso; è vittima di un sortilegio, e solo l’amore della giovane principessa potrà salvarlo.

La principessa sognò una ghirlanda d’oro, e il re suo padre volle realizzarla per lei; ma nessuno degli orafi del regno fu in grado di crearne una simile a quella del sogno. La principessa era molto triste, ma un giorno passeggiando per il bosco vide un orso con una ghirlanda proprio identica a quella che aveva sognato.
L’orso si offrì di darla alla fanciulla, a patto che lei venisse ad abitare con lui; lei accettò sia la ghirlanda che la condizione impostale. Il re però non voleva separarsi dalla figlia, e cercò di chiuderla in casa, facendola proteggere dall’esercito; ma l’orso era fortissimo, e le armate del re non riuscivano a tenergli testa.
Il re provò a consegnare all’orso le due sorelle della principessa, molto più brutte e cattive di lei; ma l’orso non volle saperne finchè non ebbe la sua principessa.
L’orso condusse la ragazza ad un sontuoso castello; lì poteva vivere agiatamente, e non aveva altro compito se non quello di custodire un fuoco, che non avrebbe mai dovuto spegnersi.
Di giorno l’orso era sempre via dal palazzo; ma di notte l’incantesimo si spezzava, e Valemon riprendeva le sue vere sembianze. Era un uomo, e per giunta giovane e molto bello!
Così i due giovani si incontravano la notte, senza mai vedersi in volto, e così trovavano la loro felicità. La cosa andò avanti per tre anni, ma un’ombra sempre più pesante oscurava la vita della principessa: ogni anno ella dava alla luce un figlio, ma il giorno successivo alla nascita veniva l’orso e le portava via il bambino.
La principessa, sempre più afflitta dal dolore, chiese all’orso il permesso di rivedere i genitori, per chieder loro consiglio; l’orso glielo concesse, con il monito di dar retta al padre ma di non ascoltare la madre.

La principessa, ovviamente, fa l’esatto contrario: nonostante il parere contrario del padre, ascolta le parole della madre che, proprio come nella favola di Amore e Psiche raccontata da Apuleio, gli consiglia di illuminare il volto dell’amante, per vedere come cambiava durante la notte.

In Grecia come in Norvegia, la ragazza rimane rapita dal fascino del suo amante; a Psiche cade una goccia d’olio della lucerna, mentre alla nostra principessa cade una goccia di sego della candela. Entrambe ustionano il povero amante, che è costretto di conseguenza ad abbandonare la propria donna.

Valemon infatti svelò alla principessa il segreto che finora non aveva potuto confidarle: egli era sotto gli effetti dell’incantesimo di una trollessa, ed ora che era stato scoperto sarebbe stato costretto ad andare da lei e sposarla.

La favola continua con la descrizione delle peripezie che la ragazza dovrà affrontare per riunirsi all’amato: si tratta di una variante del diffusissimo tema delle tre prove impossibili, che il protagonista riesce a superare solo grazie ad un insperato aiuto magico.

La conclusione della storia, come vuole la tradizione, è a lieto fine: la principessa sposa il suo principe, la maledizione viene spezzata ed anche le tre figlie dei due vengono ritrovate.

L’insegnamento della fiaba è molto bello e profondo. Non è possibile amare solo le parti piacevoli e desiderabili di una persona: un simile amore parziale non può durare. Il vero amore è quello che accetta la persona amata nella sua interezza: tanto il principe di bell’aspetto quanto l’altro lato più rozzo e bestiale.

Come nella fiaba del principe ranocchio, il gesto d’amore completo redime anche la parte meno piacevole: una volta accettati, anche i difetti divengono una parte ineliminabile dell’amato, così come un accordo dissonante può dare vitalità e brio ad una melodia.

Oltre ai parallelismi con la favola di Amore e Psiche, ci sono anche notevoli somiglianze fra la nostra storia e quella d’una diffusissima tipologia di fiabe:
Un uomo incontra una donna uccello che si bagna su un lago; per fare il bagno lei si toglie le ali, e mentre lei è in acqua lui gliele nasconde, così che lei non riesca più a tornare in cielo. Lui si offre quindi di aiutarla, tenendole però segreto il urto. I due alla fine si innamorano e si sposano, ma a causa della madre di lui un giorno la ragazza ritrova le sue ali, e fugge dal marito; solo intraprendendo una serie di prove lui riuscirà a riconquistare l’amore perduto.

E’ notevole che in entrambe le storie spetti alla madre di giocare un ruolo di divisione fra i due amanti.
Il significato è chiaro: per dare inizio ad una nuova familia occorre prima rendersi indipendenti dall’ambito familare d’origine. Finchè si è ancora un figlio o una figlia non si può amare completamente. Non basta essere adulti in senso anagrafico: solo raggiungendo una piena indipendenza psicologica ci si può dedicare all’amore nel senso più completo del termine.

L’illustrazione è di Theodor Kittelsten, anch’egli norvegese, ed è stata realizzata agli inizi dello scorso secolo. I colori pastello ed il gioco di luci rendono meravigliosamente l’atmosfera incantata della fiaba; ma il tocco migliore sta nella caratterizzazione dell’orso, grande, bestiale e forte, bonario ma goffo. La ragazza che siede su di lui è invece esile, dolce, sensibile, debole ma graziosa: i due si completano a vicenda, si armonizzano, hanno bisogno l’uno dell’altra. Se uno dei due finisse per prevalere sull’altro, ne risulterebbe un penoso disequilibrio, pericoloso per entrambi. Ricordate il quadro di Corcos?

Restiamo nel nord dell’Europa, in Svezia: sempre all’inizio del XX secolo l’artista John Bauer illustrò molte fiabe, fra cui una dell’autrice svedese Helena Nyblom, intitolata “Le gloriose avventure della principessa Bella”. Non sono riuscito a trovarne una versione in italiano, ma direi che è molto meglio lasciare la parola all’immagine:

John Bauer - Baciò l'orso sul naso

13. Egon Schiele e l’acqua

L’acqua è uno dei simboli fra i più sovradeterminati; è impensabile pensare di dare un significato univoco e semplice al simbolo acqua, così come si potrebbe dare una traduzione ad una parola straniera in un vocabolario.

Il simbolo è una potenzialità di significati; in esso sono riuniti più possibili sensi, anche contrastanti fra loro, ed è il contesto a determinare di volta in volta quale sarà quello prevalente e più importante. L’acqua può essere una palude, e in tal caso le idee in essa espresse saranno di stasi, di morte, di putredine e malattia, di inazione; ma può anche essere una sorgente, viva, fresca, giovane, un nuovo ed immacolato inizio.

Il quadro qui sopra è “Il torrente di montagna” di Schiele. Il fiume è ancora giovane, è appena sgorgato dalla sorgente; è nato pochi metri fa. Le sue acque sono tanto pure quanto ingovernabili. Forse fra la forza indomita e la purezza esiste una relazione, dato che allo smettere dell’una cessa anche l’altra: quando il fiume raggiunge la pianura e si allarga, inizia a scorrere quieto fra gli argini, ma allora la sua acqua si è fatta anche più torbida.

Se l’acqua è energia, gli argini sono il controllo, che contengono ed instradano l’energia. Guardiamo il torrente: ogni sasso è un ostacolo che cerca di frenare e rallentare la dissennata corsa del ruscello, ma non c’è blocco che riesca a far restare fermo il giovane torrente.

Simile è l’essere umano: quando nasce è carico d’energia, un’energia talmente forte e straripante da risultare spesso ingovernabile, al punto da rischiare di danneggiare l’uomo stesso. E’ così che sopraggiunge l’educazione: un argine per rallentare ed incanalare le pulsioni che muovono e spingono l’uomo.

Questo esempio vale tanto per la vita d’un singolo uomo che per la parabola d’un’intera civiltà. Il metro con cui misurare il grado di civilizzazione d’un popolo sta proprio nell’osservare quanto siano riusciti a domare ed irregimentare i propri istinti naturali.

Ma come dicevamo prima, con la perdita di slancio si perde anche la purezza!

Egon Schiele - Il porto di TriesteIl quadro qui sopra, sempre di Schiele, rappresenta il porto di Trieste. L’acqua è ferma e la città è sonnecchiosa; le barche rimangono ferme ed ormeggiate al sicuro, senza nessun uomo che vi lavori attorno.

L’unico movimento che sfiora l’acqua è sufficente a far confondere i riflessi in un groviglio di linee: immagine esemplare della confusione con cui l’uomo ora si rapporta con quell’elemento primordiale, quell’energia che è parte di lui, che è ancora lì, ma che gli appare estranea, irraggiungibile, incomprensibile.

E’ da notare che è proprio la civiltà a rendere il porto così quieto ed immobile: grazie alla costruzione di dighe foranee e frangiflutti la città portuale è riuscita a chiudere fuori le onde vive ed indomabili del mare.

Ma allora, una volta che la tecnica ha completamente domato l’energia primordiale, non c’è più possibilità di cambiamento? La purezza originaria è persa per sempre?

Egon Schiele - Il vecchio mulinoQuesto terzo quadro, sempre dello stesso autore, si intitola “Il vecchio mulino”. Qui vediamo in opera il nemico silenzioso della civiltà, un agente insidioso che però avrà l’importante compito di chiudere il cerchio, riportando lo stato delle cose allo stadio iniziale: la lenta ed inesorabile decadenza.

Il mulino ad acqua è l’emblema per eccellenza della civiltà: raccoglie in sè la corrente del fiume e la instrada in un macchinario, che trasformerà la corsa dell’acqua in una forza motrice per le lavorazioni tecniche dell’uomo, che sia la macina di un mulino, il maglio d’un fabbro o le lame d’una segheria.

La verità è che anche l’acqua ferma, come il bacino artificiale dietro il mulino, continua a lavorare incessantemente, scavando e rosicando, distruggendo i legami briciola per briciola, quel tanto che basta per rovinare giorno per giorno, senza farsi notare.

L’acqua cheta rovina i ponti, recita un vecchio proverbio!

Alla fine, il vecchio mulino è stato sconfitto dall’acqua: le assi di legno sono marcite, prima hanno iniziato a cedere e poi si sono sfasciate del tutto. Sembrerebbe che l’acqua odi i legami ed i controlli, e che cerchi di sfuggir loro in ogni modo, alla ricerca di una via libera.

Ecco: la canalizzazione è rotta, l’acqua non arriva più alla ruota, che rimane ferma, ma può tornare a fluire liberamente, con la stessa corsa che aveva appena uscita dalla sorgente.

Si è detto che il contesto aiuta a definire il simbolo: non è che lo fissi ad un unico significato, ma è come un raggio di luce, che di volta in volta fa brillare una diversa sfaccettatura d’un diamante, a seconda dell’angolazione. Bene, al nostro contesto va aggiunto un altro punto importante: il quadro del vecchio mulino è stato dipinto nel 1916, e Schiele era austriaco.

La prima guerra mondiale è stata una tremenda rappresentazione,su una scala colossale, del simbolo che abbiamo appena intravisto. La bellissima e raffinata civiltà europea era riuscita a controllare ed addomesticare tutti le forze rozze e grossolane che si agitavano nel cuore dell’uomo; la barbarie della guerra era impensabile, una cosa d’altri tempi, ormai sorpassata.

Eppure la cultura europea di inizio secolo era tormentata dallo spettro della decadenza: mentre tutti dormivano sogni tranquilli, i pensatori e gli artisti più sensibili capivano che sotto quella patina di tranquillità e ricercatezza le tremende forze antiche stavano preparando a risvegliarsi, e che al momento del loro ritorno anche quella patina ipocrita sarebbe stata spazzata via all’istante.

La chiusura del cerchio è importante, ma troppo spesso questo passaggio è violento e distruttivo; è come se per tornare all’origine fosse necessario un sacrificio, un tributo, anche di sangue. Lo avevano già capito gli Stoici: per giugere all’apocatastasi, la reintegrazione allo stato originario, è necessaria l’ecpirosi, un grande fuoco purificatore e distruttore che consumi l’intero universo.

Ma è davvero necessario questo tremendo passaggio? Dobbiamo per forza arrivare al punto di non ritorno in cui l’energia viene totalmente schiacciata ed imprigionata da regole ferre ed immutabili, fino al punto di farla deflagrare?

Se vogliamo evitare (anzi, se volessimo evitare) in futuro il ripetersi di incendi immani come le due guerre mondiali, dovremmo impare a comprendere ed ascoltare l’energia, a ricordarci che è una parte di noi, ma che non possiamo costringerla impunemente a piegarsi secondo ogni nostro capriccio.

Ma forse l’umanità non è capace di una simile comprensione, o forse non ancora; fino ad allora, saremo costretti nostro malgrado a continuare l’ennesima replica della stessa recita, rappresentando ancora una volta sul teatro del mondo un’altra variante dello stesso simbolo.

12. Il vaso, la croce e i due pavoni

L’altra estate, passando per la città di Parenzo, in Croazia, ci siamo fermati a vedere la Basilica Eufrasiana, una magnifica chiesa del VI secolo.

Fra i tanti piccoli tesori contenuti al suo interno, c’erano i resti di una lapide raffiguarante due pavoni ai fianchi di una croce:

Pavoni di Parenzo

Poi, mesi dopo, passeggiando per Venezia, mi è capitato di imbattermi in questa formella in stile bizantino, proprio sul fianco della basilica di San Marco:

Pavoni di Venezia

E’ abbastanza probabile che fra le due immagini corra un vincolo di parentela; ma quale delle due viene prima? Non stiamo parlando della realizzazione, dell’effettiva data di scultura: nei secoli passati non esistivano diritti d’autore, e un’immagine poteva avere più copie nate da diversi autori, anche sparse nel corso di centinaia di anni. Ma quale delle due raffigurazioni, nel senso proprio dell’idea stessa della composizione, è venuta per prima alla luce? Quella con la croce, o quella con il vaso?

Viene abbastanza spontaneo pensare che il tipo originario sia l’immagine con i pavoni attorno al vaso, e che l’altra sia un’appropriazione indebita da parte della Chiesa, che ha “rubato” e fatto sua un’immagine di successo preesistente.

Cercando un po’ in giro si trovano ancora altre varianti della composizione.

Un fregio su una fontana Kırkçeşme di Istanbul, vicino all’acquedotto di Valente:Pavoni di Istanbul

I due pavoni attorno ad una pigna, nel “Cortile della pigna” a Roma:Pavoni di RomaPoi ci sono le varianti cristiane; in un altare della basilica di Sant’Apollinare nuovo, a Ravenna, troviamo i due pavoni attorno ad un vaso, da cui oltre alla pianta sorge anche il monogramma del Cristo:

Pavoni di RavennaLa basilica di Sant’Apollinare Nuovo risale al VI secolo, come quella di Parenzo. E’ molto probabile che anche nella scultura di Parenzo ci sia stato un vaso, nella parte andata perduta della lapide.

Andando avanti nel tempo arriviamo a Pavia. Nel museo della città sono conservati i cosidetti Plutei di Teodoto, risalenti all’VIII secolo. Uno dei due rappresenta proprio i nostri pavoni; ma il vaso con la pianta è diventato il calice dell’eucaristia, e oltre alla croce non ci sono più rami verdeggianti.

Pavoni di PaviaDa un lato può essere corretto dire che la Chiesa si è impadronita di un’immagine preesistente, modificandola secondo le sue idee; però bisogna anche dire che un immagine non è di proprietà di nessuno, e quindi non ha nemmeno senso parlare di “rubare” o “fare proprio”.

L’immagine ha una sua vita propria, e come ogni cosa viva cresce e cambia, seguendo le fasi di un evoluzione, in continuo movimento. Agli occhi di una società cristiana, il vaso non poteva che diventare la Vergine Maria, che ha accolto nel suo grembo lo spirito di Dio: vas spiritualis, vas onorabilis, vas insignae devotionis. In molte annunciazioni vicino alla Madonna e all’angelo Gabriele è raffigurato un vaso con una pianta fiorita, come in questo particolare dell’Annunciazione di Simone Martini:

Simone Martini - Annunciazione

La leggenda vuole che per sorteggiare lo sposo della Vergine Maria, i sacerdoti del tempio abbiano disposto che ogni uomo in età da marito si presentasse con in mano una verga secca; il possessore di quella che fosse fiorita sarebbe divenuto lo sposo di Maria. Il fiore nel vaso è proprio quello; è inutile star a sottolineare il sottointeso sessuale di una verga che fiorisce e si infila in un vaso. E’ molto più poetico lasciare la parola alla poesia dei simboli; e poi, come abbiamo già visto qui, la mistica e la sessualità sono due lati d’una medesima cosa.

Il vaso poi diventa anche il calice che contiene il sangue di Cristo, e per estensione anche il cuore del credente, che deve ricevere in sè lo Spirito Santo – si pensi ad esempio all’espressione “Vas electionis”, riservata a San Paolo.

Questa breve divagazione ci serve a capire una cosa: una stessa immagine, come può esserlo la pianta che spunta dal vaso, può avere più significati a seconda della cultura che la interpreta. Ma ciò può voler dire anche che per una futura cultura il significato dell’immagine andrà perduto. In fin dei conti vale lo stesso anche per noi: possiamo capire il significato del vaso, ma cosa significano i pavoni? Sempre nell’ottica cristiana, potrebbero essere il simbolo dello spirito; un’altra interpretazione li vuole simbolo della resurrezione di Cristo, perchè si credeva che perdessero le piume in autunno e le facessero ricrescere in primavera. Ma entrambe le spiegazioni cozzano col fatto che i pavoni sono due!

Anche le altre spiegazioni del simbolo del pavone non sono più convincenti: la ruota del pavone può significare pienezza, o vanità, o anche essere un simbolo solare, ma nessuno di questi elementi illumina il significato della composizione, tanto più che i nostri pavoni hanno anche la coda chiusa.

Ciò nonostante l’immagine continua ad essere ancora viva; la ritroviamo ad esempio negli Stati Uniti, nella cattedrale di Saint Peter a Belleville, nell’Illinois.

Pavoni dell'IllinoisE’ notevole che a sparire non sia stato il dettaglio dei pavoni, quanto quello del vaso da cui sorge la croce. E forse proprio qui sta la chiave per capire l’immagine: la vitalità della composizione non sta tanto nel significato che le si attribuisce, quanto nella forza visiva dell’iconografia.

Se l’immagine dei pavoni contrapposti attorno a qualcosa ha durato tanti secoli, è perchè è bella da vedere, è piacevole, colpisce l’immaginazione. L’interpretazione viene dopo, è un passo successivo, forse anche non essenziale. Senza dubbio il realizzatore di questa versione moderna si è ispirato all’immagine classica; la forma della croce, che ricorda il monogramma di Cristo, ricorda un’altra composizione su un sarcofago, conservato anch’esso all’interno della chiesa di Sant’Apollinare Nuovo:

Pavoni sul sarcofago

Ma chissà se l’autore moderno era al corrente del significato di che cosa stava copiando! Ad ogni modo, sono sicuro che nessuno dei fedeli che frequentano la chiesa di Belleville saprebbe dire quale sia il significato di quei due pavoni!

Forse verrà in futuro una nuova cultura, o una nuova religione, che saprà dare un nuovo significato ai due padroni. Magari al posto della croce ci sarà un’altro segno, chissà. In tal caso gli storici più critici penseranno senza dubbio ad un furto dell’immagine; ma si tratterà piuttosto di un nuovo stadio della stessa, un nuovo significato di un’immagine sempre viva nel corso dei secoli. Se in un futuro i pavoni acquisiranno un nuovo significato, si potrebbe anche dire che quella sarà una nuova interpretazione imposta forzatamente; ma forse sarebbe più giusto dire che quello era un significato latente, e che solo allora sarà giunto il momento per quel senso di manifestarsi. Allo stesso modo, anche nel vaso con la pianta era nascosta la croce, così come un fiore è nascosto nel germoglio di marzo; ma doveva ancora giungere il pieno della primavera perchè il fiore si manifesti.

Ad ogni stadio viene la tentazione di credere che la fase corrente sia la più importante: agli occhi di un cristiano, l’interpretazione cristiana è quella vera, non una fra le tante possibili ma la sola e unica. In primavera viene la tentazione di dire che il fiore è lo scopo finale della pianta; ma in estate ci si accorge che il fiore era uno stadio preparatorio per dar alla luce il frutto. E neanche il frutto, in in dei conti, è lo scopo, il significato vero della pianta; anzi, a ben vedere un concetto simile non ha nemmeno senso. Ma ciò non toglie certo che i fiori siano belli da vedere, e i frutti dolci da gustare.

11. Le illustrazioni del libro rosso di Jung

Negli ultimi anni è finalmente stato pubblicato uno dei libri più importanti per comprendere non solo l’anima umana, ma anche quel nodo di fattori psichici che ha caratterizzato l’intera storia del XX secolo. Il Liber Novus è un manoscritto composto e illustrato dallo stesso Jung, in cui lo psicologo registrò e riordinò i suoi viaggi e pellegrinaggi all’interno della sua stessa anima. Ogni descrizione di questo libro sarebbe per forza vaga e sbrigativa, per cui non mi resta che invitarvi ad affrontarlo di persona, direttamente. Qui mi limiterò a riproporvi alcune delle sue illustrazioni, senza imbarcarmi in tentativi di interpretazione dell’opera nel suo complesso.

C.G.Jung - Libro RossoOltre ad essere stato uno psicologo rivoluzionario, Jung era anche uno storico erudito, specialmente per quanto riguardava le religioni, lo gnosticismo e l’alchimia. E oltre a ciò era anche un ottimo artista: oltre a disegnare, si cimentò anche nella scultura. Davvero un uomo a tutto tondo!

Oltre al gioco di luci di grande impatto, la particolarità di gran parte dei suoi disegni è la scomposizione della forma in altre sottoforme più semplici. Sembra un dettaglio di stile, ma è un tema importantissimo, che segna trasversalmente tutta l’arte del ventesimo secolo: il soggetto del quadro si spezza! A seconda degli stili si frammenta in linee, puntini, chiazze di colore, poligoni o pennellate; ma in tutti i casi, è sempre una rottura. E’ come se la tela dell’artista fosse uno specchio per la sua anima: tale rottura è infatti il riflesso della dolorosa lacerazione che frammenta lo spirito dell’uomo. E’ una rottura che si preparava da secoli, come una brace che cova sotto le ceneri, ma che solo nel ventesimo secolo è divampata, facendosi spaventosamente esplicita.

Questra rottura segna il cambiamento d’un epoca, sia nell’ambito delle ere della civiltà che in quello più ridotto, ma non meno importante, dello sviluppo della personalità dei singoli individui.
Fino ad allora il simbolo dominante era stato l’archetipo dell’eroe: una spinta selettiva verso l’alto, verso il migliore, il più bello ed il più bravo. Senza dubbio è una spinta nobile, ma non priva di pericoli: più si sale e più si rischia di cadere rovinosamente. Ce lo insegnano anche i miti, come ad esempio il brusco atterraggio del volo di Icaro, o la rovinosa fine della torre di Babele.

In quel cumulo di macerie nasce una nuova spinta, non verso l’alto ma verso il centro: all’archetipo dell’eroe si sostituisce quello del Sè.
E’ per forza di cose un compromesso, perchè presuppone di accettare anche la parte meno bella e buona del proprio essere: la ricerca non tende più alla perfezione, ma alla totalità. Ma è l’unica via per ritrovare l’armonia e l’equilibrio dopo la rovinosa caduta che segna la conclusione della parabola dell’Eroe.

Il Sè appare come un faro luminoso che guida ed attrae, come un centro di gravità che muove e riordina attorno a sè le rovine del passato, creando nuove forme con il cumulo di vecchie scheggie, dando nuova vita ad un’individualità rinata.

C.G.Jung - Libro RossoLe illustrazioni sono talmente belle che è davvero difficile sceglierle, e viene la tentazione di proporle tutte! Ma sceglierò soltanto ancora un’altra immagine; è ancora un’altra declinazione dell’archetipo della donna velata, che abbiamo già visto qui e qui:C.G.Jung - Libro Rosso