24. Re Mida tramuta sua figlia in oro, di Walter Crane

Walter Crane - Re Mida tramuta sua figlia in oro

Ovidio, nelle sue Metamorfosi, ci racconta del re Mida, che in cambio d’un favore reso a Dioniso ottenne dal dio di poter scegliere da sè la propria ricompensa.
Come per ogni peccato, il castigo venne da sè, come conseguenza diretta: il re, infatti, adesso mutava in oro qualsiasi cosa, anche quando non lo voleva. Ogni cosa, compreso il cibo!
Il re si rese conto che presto sarebbe stato condannato a morir di fame: implorò quindi Dioniso di sgravarlo dalla sua ricompensa, e questi l’accontentò.

Nella storia si intravede facilmente la morale: la troppa cupidigia porta alla rovina.

L’illustrazione qui sopra è di Walter Crane, e corredava una nuova versione della storia scritta da Nathaniel Hawthorne, in cui per rincarare la dose lo sfortunato re tramutava in oro sua figlia.

Ma c’è una morale più profonda, se non più importante, presente già nella versione di Ovidio, e che Hawthorne ha saputo raccogliere ed amplificare, e che anche Crane ha ben rappresentato nella sua illustrazione!
Hawthorne dà alla figlia di Mida il nome di “Marigold”, che in italiano significa “maggiociondolo”; ma nel nome inglese il giallo squillante del fiore è paragonato all’oro (per l’appunto “gold”, per i meno anglofili!).

Il tema dei fiori è molto importante. In una delle scene iniziali, la figlia presenta al padre dei fiori, ma lui invece di meravigliarsi per la loro bellezza li disdegna, perchè non sono fatti d’oro. Eppure, in gioventù il re amava i fiori, al punto da coltivare un suo personale roseto!

In questa versione, al posto di Dioniso compare più semplicemente uno sconosciuto misterioso; un’interessante variazione per adattare la storia al proprio tempo.Una volta ottenuto il fatale dono, Mida tramuta in oro una rosa, per regalarla alla figlia; ma questa volta è lei a sdegnare il dono: la rosa dorata è fredda, ed ha perso il suo buon profumo.

Come abbiamo detto, Mida finisce per pietrificare anche Marigold. Pentito ed affamato, il re è in preda alla disperazione, quando gli appare il misterioso sconosciuto che solleva in una lo sventurato sovrano in una maniera piuttosto peculiare: gli consiglia infatti di bagnarsi in un fiume.

Mida segue il consiglio, ed effettivamente il suo dannoso potere scompare; non solo, ma scopre pure che l’acqua del fiume è in grado di ritrasformare gli oggetti dall’oro al loro materiale naturale.

Walter Crane - Mida con l'anfora

Il re può così riabbracciare sua figlia; ma la scena più toccante è forse quella in cui Mida tocca una piccola violetta, ed è felicissimo che il fiore rimanga semplicemente così com’è, col suo meraviglioso colore naturale.

L’oro è l’oggetto dell’avidità, ma qui il metallo acquisisce un significato ulteriore: l’oro infatti è incorruttibile, inattacabile dagli acidi, e non conosce nè ruggine nè patine d’ossinazione che intervengano a mascherare la sua brillante lucentezza.

Nella prima illustrazione, Crane associa giustamente il tema dell’oro al simbolo solare, riportato negli scudi sullo sfondo. Il sole è un fuoco eterno, sempre chiaro e luminoso; per contrasto invece la luna, la sua controparte notturna, conosce fasi di crescita ma anche periodi di deperimento che la fanno dimagrire fino a scomparire totalmente nel buio più assoluto.

Che re Mida desideri l’oro può quindi significare proprio il bisogno umano di eternità, di trascendere il mondo corruttibile e sollevarsi sopra la transitorio sfera sublunare. E’ un desiderio del tutto umano!
Finchè il re era giovane, riusciva ad amare ed apprezzare le forme passeggere, i bei fiori che durano un sol giorno; ma ora è vecchio, e lui stesso sta cominciando ad avvizzire, e il dispiacere di vedere l’onnipresente azione ossidante del tempo si sta sempre più ingigantendo, fino a raggiungere le tremende dimensioni della paura.

L’avidità e la paura della transitorietà sono due dominanti del simbolo dell’oro ugualmente importanti, e strettamente interconnesse fra loro: d’altronde se l’oro ha un valore così alto è proprio perchè è incorruttibile!

Finchè l’eternità incorruttibile rimane una speranza lontana, l’uomo ne riceve sicurezza e luce; ma quando il sole si avvicina troppo, il suo calore si fa bruciante e distruttivo. Il dono che Re Mida ha avuto la sfortuna di ottenere è proprio quest’eternità fissa ed immutabile.

Si tratta di una sfortuna, perchè tale eternità non è immortalità, ma il suo esatto opposto, la mancanza di vita.

L’essenza della vita stessa è radicata nel cambiamento. Come la luna, la vita è l’eterno alternarsi di crescite e decadenze, morti e nuove nasicte. La vita è una figlia che cresce, ma anche un padre che invecchia. La vita è mangiare, nutrirsi, e nutrire significa uccidere e divorare altra vita, sia essa animale che vegetale: come il serpente Ouroboros, la vita in un certo senso si nutre di sè stessa.

Se rinneghiamo l’idea stessa di mutamento, abbandoniamo anche la vita: ecco perchè re Mida rischia di morire di fame!
Il pesce sulla tavola è un pesce ucciso, ed il pane è una pianta di grano recisa e spezzata dalle macine; può essere una constatazione amara, ma se non accettiamo questo fatto non accettiamo nemmeno il crudele mistero su cui si basa la nostra stessa vita.

leone insanguinato

Ci vuole un certo coraggio a staccarsi dal dorato sogno dell’eternità incorruttibile; ma è di gran lunga più saggio imparare ad accettare la transitorietà della vita, abbracciare il mutamento e calarsi consapevolmente nella sua corrente.

Il fiume con cui re Mida lava via la sua maledizione significa proprio questo: quale immagine migliore del mutamento continuo? Il fiume è simbolo della vita e dell’eterno fluire del tempo, come nella celebre immagine di Eraclito: «Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.»

Per metonimia, l’acqua raccolta dal fiume diventa l’antidoto contro la sterile eternità dorata di cui il re si era circondato.

Una volta accettata la transitorietà della vita, ci si accorge che il segreto dei suoi colori meravigliosi sta proprio nel cambiamento continuo. In un semplice fiore di campo brilla una luce più calda del sole e più preziosa di qualsiasi oro!

In fin dei conti l’eternità stessa non è un fotogramma fermo ed immutabile, ma la somma di tutti gli istanti transitori e fugaci, belli e tristi, banali o allegri, grigi o straordinari che siano. Il corpo dell’eternità è composto dal momento: Αιών e καιρός sono due volti del medesimo ente.

23. Arte o non arte?

Parlando d’arte è facile imbattersi in una tentazione: aver la pretesa di definire cos’è arte e cosa non lo è.
Si tratta di un’indagine indelicata e priva di grazia: è come cercar di spiegare a parole come si fa l’amore.
E’ giusto lasciare che il concetto di arte rimanga elastico ed intuitivo: ogni tentativo di definizione finisce per diventare una rigida limitazione, che rischia di bloccare e soffocare un concetto mobile e vivo.

Caliamoci per un attimo nei panni di un simile assassino intellettuale, e cerchiamo di stabilire i vari criteri per discrimare di volta in volta se un’opera può assurgere o meno all’ambìto rango di “arte”.

Il primo principio che viene alla mente è quello della bellezza: è arte ciò che è bello, e ciò che è brutto o anche soltanto mediocre non lo è.
Il problema con questa dicotomia è che esclude tutte quelle opere che esplorano le regioni più grottesche e orride dello spirito.

Francisco de Goya, Saturno divora i suoi figli

Il “Saturno che divora i suoi figli” di Goya non è certo piacevole alla vista, eppure è pervaso da una tale carica comunicativa che negargli lo status di arte sarebbe davvero ingiusto.

Allora la regola potrebbe esser proprio questa: “arte” è ciò che possiede una forza comunicativa, ciò che ha qualcosa da dire all’osservatore, sia anche una comunicazione intima ed inconscia, sotto il velo delle superfici.

Però l’arte può anche essere pura bellezza, godimento estetico fine a sè stesso.

Jackson Pollock - Number Eight

C’è una bella frase, attribuita al pittore statunitense Pollock nell’omonimo film del 2000: “Se la gente guardasse i dipinti e basta, non penso che avrebbero alcuna difficoltà a goderseli. E’ come guardare un prato in fiore: non ci si rovina la vita per capire cosa vuole significare!
Si potrebbe anche rispondere, obiettando che forse non c’è senso più profondo del godimento estetico!

Possiamo fare un ultimo tentativo di salvare capra e cavoli, e definire l’arte come qualcosa che colpisce in qualche maniera lo spirito dell’osservatore.

Qui il problema è l’opposto: ad esempio, ultimamente la consapevolezza della portata mediatica di alcune trovate ha portato molti artisti a preferire la peculiarità del mezzo di espressione all’espressione di per sè stessa.

Marcus Levine - opere con i chiodi

L’artista inglese Marcus Levine ha realizzato un’immagine con dei chiodi piantati sulla parete: senza dubbio se l’autore avesse realizzato la stessa opera con un acquarello o dei colori ad olio l’immagine sarebbe stata la stessa, ma la diffusione mediatica dell’opera sarebbe stata molto, molto minore.
Finchè si tratta di chiodi, tuttavia, possiamo ancora giustificare l’operazione. Il chiodo ha una valenza simbolica – fissa, perfora ed inchioda – e ciò potrebbe indurre l’osservatore più attento a vedere con occhi diversi l’immagine che ne risulta composta.
Lo stile di realizzazione dunque può acquisire una sua importanza significativa nel contesto dell’opera, se in qualche maniera contribuisce ad aumentare o modificare il messaggio della stessa.
Ma che dire di Pete Fecteau, artista statunitense che realizza ritratti combinando i colori diversi dei cubi di Rubik?

Pete Fecteau - Dream Big

O ancora Erika Iris Simmons, anch’essa statunitense, che fa lo stesso con i nastri delle vecchie audiocassette?

Erika Iris Simmons - ritratto con nastro

E’ evidente che tali immagini potrebbero risultare altrettanto bene, se non addirittura meglio, se fossero state dipinte con degli acrilici nel primo caso, o tracciate con un semplice pennarello nell’altro.
Ma in quel caso, per dirla schiettamente, l’opera “non farebbe notizia”!

E’ arte dunque questa, in cui si cerca soltanto di stupire al fine di esser sulla bocca di tutti?

Per me no, ma per altri si; e non è affatto un’affermazione banale.

Come avrete capito, il fulcro del problema è proprio la soggettività.
Magari qualcun altro, meno malizioso e più sensibile di me, potrebbe leggere nel cubo di Rubik e nei nastro una simbologia significativa, o forse potrebbe anche godersi le opere senza tanti problemi e domande. Buon per lui: io non ci riesco, ed in ultima analisi ciò va a mio danno.

Va fatta attenzione a non ricadere nell’estremo opposto: è altrettanto esagerato infatti concludere che siccome lo status di arte è soggettivo, allora tutto è potenzialmente arte.

Non mi piace Mondrian, e non mi piace nemmeno Pollock; rimango indifferente di fronte a certi quadri di Chagall, ma mi commuovo di fronte alle linee essenziali e rozze delle sculture romaniche, che pur a qualcun altro potrebbero sembrare infantili e sgraziate.

Non si deve concludere che un giudizio, per il fatto di essere soggettivo, sia per forza non esistente o falso.
Possiamo e forse anche dobbiamo discernere cos’è bello e cosa invece è insignificante, e chissà, addirittura cos’è arte e cosa no; ma è importantissimo non perdere di vista la relatività personale delle nostre affermazioni.

E’ un peccato di somma presunzione imporre una propria opinione come una regola assoluta!
Ma è altrettanto deplorevole rinunciare ad avere una propria opinione, soltanto perchè si sa che sarà per forza parziale e limitata: non è anche questa una forma contorta e velata di presunzione?

22. Lo specchio, di Sir Frank Bernard Dicksee

Abbiamo visto come ogni simbolo contenga in sè due poli opposti: ad esempio l’acqua è tanto forza vitale che decadenza e morte, e la donna può essere sia bellezza che fonte di terrore.

Forse sarebbe più corretto dire che il simbolo è un’unità indifferenziata, e che è la mente che vi si accosta a spaccarlo per poterlo conoscere. Quando tagliamo in due una mela, ne otteniamo due metà, ma prima del taglio non esistevano certo metà di sorta!

Anche lo specchio ricalca questa antinomia tipica dei simboli. E’ uno dei strumenti per conoscere sè stessi, ed il verbo “riflettere” viene usato per indicare i pensieri e le meditazioni più profonde: allo stesso tempo, però, lo specchio è l’emblema della vanità, ed è l’attributo principale dello stolto innamorato di sè, di colui che bada solo alle apparenze, senza guardare oltre il velo delle forme.

Frank Dicksee - Lo specchioFrank Dicksee fu vicino alla corrente artistica dei preraffaeliti; anche lui scelse la donna come soggetto per moltissimi dei suo quadri.

Qui lo specchio sembra incarnare il significato più deteriore del simbolo: l’occhio incantato della ragazza ci rigorda lo sguardo di Narciso, innamorato del proprio riflesso.

La sorte della bella ed elegante ragazza del quadro non sarà certo così tragica come quella di Narciso, ma l’incantesimo dello specchio ha comunque un effetto negativo su di lei, ovvero quello di turbare l’equilibrio della sua figura, spostandola dal centro.

Guardate il rosone di madreperla alle spalle della ragazza: non vi ricorda la stella circolare e luminosa delle illustrazioni di Jung?

Se interpretiamo il cerchio alle spalle della ragazza vanitosa come un simbolo del Sè, potremmo dire che l’amore delle apparenze ha finito per distoglierla dal centro della sua stessa essenza!
Volendo, potremmo dire che il vero specchio della conoscenza di sè stessi è proprio il rosone di madreperla: il suo cerchio è infatti il simbolo della totalità, mentre lo specchio piccolo significa all’opposto proprio la parzialità.
Lo specchio in mano alla ragazza gli mostra solo la parte più bella di sè. Lei sceglie di riconoscere come sua soltanto questa parte positiva, e così scorda le altre sfaccettature che compongono la sua anima: anche quelle meno brillanti, meno luminose e meno belle fanno parte di lei, ma lei le ignora come se non fossero nemmeno sue, concentrandosi su quelle migliori che lo specchio le mostra. Ecco perchè lo specchio finisce col spostare chi vi si rimira dal Sè, che è al tempo stesso il centro e la totalità di ogni individuo.

Abbiamo “iniettato” alcune idee del pensiero di Jung sul quadro di Dicksee; potreste a ragione obiettare che difficilmente l’autore intendeva una simile interpretazione mentre dipingeva la sua opera!

E’ una distinzione importante, che spesso molti interpreti si dimenticano di fare, finendo per addebitare  pensieri propri al creatore dell’opera. Molto spesso l’opera d’arte è proprio come un grande specchio, che ci mette di fronte una parte di noi stessi, mostrandoci un riflesso del nostro essere come se fosse un’immagine esterna.

21. Una tomba di famiglia in stile Art Novau a Praga

Il castello di Vyšehrad è una delle zone più incantevoli di Praga: un magnifico complesso fortificato su uno sperone roccioso a picco sulla Vlatva. Lassù, vicino alla cattedrale di S. Pietro e Paolo, c’è un cimitero in cui praticamente ogni lapide ed ogni tomba è una piccola opera d’arte a sè.

Una delle più particolari è questa tomba, della famiglia Masek:

Tomba di PragaIl tema raffigurato, pur riprendendo molte suggestioni bibliche, non è certo canonico.

Il serpente sull’albero è senza dubbio colui che tentò Eva:
«Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.» (Genesi, 3:12)

Anche il cherubino rimanda probabilmente ad un altro passo della Genesi, 3:24:
«pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.»
La peculiare spada dell’angelo della figura è una flamberga, una particolare spada a due mani dalla lama ondulata, appunto, come la lingua d’una fiamma.

Nel dramma della caduta di Adamo ed Eva non c’è menzione di uccelli bianchi; quella che fugge dall’albero potrebbe essere la colomba dell’arca di Noè:
«la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo.» (Genesi, 8:11)

Infine, le parole Manel, Thecel, Phares si riferiscono al quinto capitolo del libro di Daniele; riporto l’intero passo:
«Il re Balthazar imbandì un gran banchetto a mille dei suoi dignitari e insieme con loro si diede a bere vino. Quando Balthazar ebbe molto bevuto comandò che fossero portati i vasi d’oro e d’argento che Nabucodònosor suo padre aveva asportati dal tempio, che era in Gerusalemme, perché vi bevessero il re e i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine. Furono quindi portati i vasi d’oro, che erano stati asportati dal tempio di Gerusalemme, e il re, i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine li usarono per bere; mentre bevevano il vino, lodavano gli dèi d’oro, d’argento, di bronzo, di ferro, di legno e di pietra. In quel momento apparvero le dita di una mano d’uomo, le quali scrivevano sulla parete della sala reale, di fronte al candelabro. Nel vedere quelle dita che scrivevano, il re cambiò d’aspetto: spaventosi pensieri lo assalirono, le giunture dei suoi fianchi si allentarono, i ginocchi gli battevano l’uno contro l’altro.
Allora il re si mise a gridare, ordinando che si convocassero gli astrologi, i caldei e gli indovini. Appena vennero, il re disse ai saggi di Babilonia: “Chiunque leggerà quella scrittura e me ne darà la spiegazione sarà vestito di porpora, porterà una collana d’oro al collo e sarà il terzo signore del regno”.
Allora entrarono nella sala tutti i saggi del re, ma non poterono leggere quella scrittura né darne al re la spiegazione.
Il re Balthazàr rimase molto turbato e cambiò colore; anche i suoi grandi restarono sconcertati.
La regina, alle parole del re e dei suoi grandi, entrò nella sala del banchetto e, rivolta al re, gli disse: “Re, vivi per sempre! I tuoi pensieri non ti spaventino né si cambi il colore del tuo volto. C’è nel tuo regno un uomo, in cui è lo spirito degli dèi santi. Al tempo di tuo padre si trovò in lui luce, intelligenza e sapienza pari alla sapienza degli dèi. Il re Nabucodònosor tuo padre lo aveva fatto capo dei maghi, degli astrologi, dei caldei e degli indovini. Fu riscontrato in questo Daniele, che il re aveva chiamato Baltazàr, uno spirito superiore e tanto accorgimento da interpretare sogni, spiegare detti oscuri, sciogliere enigmi. Si convochi dunque Daniele ed egli darà la spiegazione”.
Fu quindi introdotto Daniele alla presenza del re ed egli gli disse: “Sei tu Daniele un deportato dei Giudei, che il re mio padre ha condotto qua dalla Giudea? Ho inteso dire che tu possiedi lo spirito degli dèi santi e che si trova in te luce, intelligenza e sapienza straordinaria. Poco fa sono stati condotti alla mia presenza i saggi e gli astrologi per leggere questa scrittura e darmene la spiegazione, ma non sono stati capaci. Ora, mi è stato detto che tu sei esperto nel dare spiegazioni e sciogliere enigmi. Se quindi potrai leggermi questa scrittura e darmene la spiegazione, tu sarai vestito di porpora, porterai al collo una collana d’oro e sarai il terzo signore del regno”.
Daniele rispose al re: “Tieni pure i tuoi doni per te e da’ ad altri i tuoi regali: tuttavia io leggerò la scrittura al re e gliene darò la spiegazione.
O re, il Dio altissimo aveva dato a Nabucodònosor tuo padre regno, grandezza, gloria e magnificenza. Per questa grandezza che aveva ricevuto, tutti i popoli, nazioni e lingue lo temevano e tremavano davanti a lui: egli uccideva chi voleva, innalzava chi gli piaceva e abbassava chi gli pareva.
Ma, quando il suo cuore si insuperbì e il suo spirito si ostinò nell’alterigia, fu deposto dal trono e gli fu tolta la sua gloria.
Fu cacciato dal consorzio umano e il suo cuore divenne simile a quello delle bestie; la sua dimora fu con gli ònagri e mangiò l’erba come i buoi; il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché riconobbe che il Dio altissimo domina sul regno degli uomini, sul quale innalza chi gli piace. Tu, Balthazàr suo figlio, non hai umiliato il tuo cuore, sebbene tu fossi a conoscenza di tutto questo. Anzi tu hai insolentito contro il Signore del cielo e sono stati portati davanti a te i vasi del suo tempio e in essi avete bevuto tu, i tuoi dignitari, le tue mogli, le tue concubine: tu hai reso lode agli dèi d’oro, d’argento, di bronzo, di ferro, di legno, di pietra, i quali non vedono, non odono e non comprendono e non hai glorificato Dio, nelle cui mani è la tua vita e a cui appartengono tutte le tue vie. Da lui fu allora mandata quella mano che ha tracciato quello scritto, di cui questa è la lettura: MANEL, THECEL, PHARES, e questa ne è l’interpretazione: Manel: Dio ha computato il tuo regno e gli ha posto fine. Techel: tu sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato mancante. Phaes: il tuo regno è diviso e dato ai Medi e ai Persiani”. Allora, per ordine di Balthazar, Daniele fu vestito di porpora, ebbe una collana d’oro al collo e con bando pubblico fu dichiarato terzo signore del regno.
In quella stessa notte Balthazàr re dei Caldei fu ucciso: Dario il Medo ricevette il regno, all’età di circa sessantadue anni.
»

Torniamo a guardare la composizione, da più vicino:

Tomba di Praga

Dio pose fine al regno di Balthazàr: ogni cosa ha una propria durata di tempo predeterminata, anche il regno degli iniqui.

Lo stesso vale per il regno di Satana: all’avversario di Dio è stato dato potere sul mondo, ma solo per un periodo limitato, per quanto esso sia lungo. Solo a Dio, tuttavia, è noto il termine di quest’era, che coinciderà con il termine del tempo stesso e con il ritorno allo stato di innocenza preadamitica.

Forse è proprio questo il senso del gesto dell’angelo: la sua spada fiammeggiante non sarà più un ostacolo all’ingresso nell’Eden, ma sarà rivolta contro l’antico serpente.

Seguendo lo stesso filo, la colomba che annunciò la fine del diluvio qui annuncia la fine del regno terreno ed il prossimo avvento del regno celeste.

Rimanendo in ambito biblico, tuttavia, non si riuscirebbe a comprendere a fondo l’immagine: L’archetipo associativo alla base di queste immagini travalica è ben più antico e profondo. In particolare il trio di serpente, albero e uccello è talmente diffuso in ogni cultura e società umana da apparire senz’ombra di dubbio come un patrimonio condiviso dell’intera umanità. Gli esempi in cui compare un simile trio sono moltissimi, e ricorrono tanto in fiabe e leggende che nell’immaginario della simbologia religiosa o alchemica. Giusto per citarne un paio, si pensi al mito di Etana, o all’aquila dell’Yggdrasil e al serpente Níðhöggr.

Il serpente raffigura l’elemento terrestre, femminile, fisso ed umido: può essere l’immagine del corpo, del regno terreno, o anche del male stesso; di contro, l’uccello rappresenta il principio celeste, maschile, secco e volatile, emblema del bene, come in quest’incisione, che compare sul frontespizio del Theatrum Chemicum Britannicum, una raccolta di testi alchemici curata da Elias Ashmole nel 1652:

Elias Ashmole - Theatrum Chemicum Britannicum

Nel mondo fenomenico questi due principi non possono che entrare in conflitto; raramente li serpente e l’uccello vanno d’accordo, e ben più spesso capita che il serpente soccomba fra gli artigli di un’aquila. Anche qui le ricorrenze di una simile iconografia potrebbero essere migliaia; per non dilungarci in lunghe elencazioni, riportiamo un esempio ben conosciuto, l’emblema che appare sulla bandiera del Messico:

bandiera messicana

Il rettile soccombe all’uccello: lo spirito trionfa sulla materia.

E’ particolarente notevole che l’aquila poggi su un cactus: è un lampante esempio di adattamento geografico del simbolo dell’albero.
L’albero, specialmente quando fa da tramite fra l’uccello è il serpente, è un ponte fra i due mondi, fra terra e cielo, l’axis mundi che attraversa e collega i diversi strati dell’esistenza. La rottura dell’albero significherebbe perciò anche il venir meno del ponte che porta dalla terra al cielo: in questa maniera si preclude al serpente di raggiungere il Regno Celeste.

E’ tuttavia senza dubbio strano vedere l’albero della conoscenza spezzato dalla lama del cherubino.
In genere il fatale distacco del cielo dalla terra accade non nel momento della reintegrazione, ma proprio durante la caduta: i miti sono concordi nel ricordare che prima del primo peccato, il passaggio da un mondo all’altro era più semplice, e solo in seguito alla caduta dallo stato di grazia all’uomo fu preclusa l’entrata ai piani celesti.

Si potrebbe dire che l’autore abbia identificato l’albero che causò la prima disobbedienza con il peccato stesso: in tal senso la sua rottura significherebbe la fine del peccato stesso.

Ma la chiave più importante per comprendere l’albero spezzato ce la indica il luogo stesso dove l’immagine compare: una tomba!

L’albero rotto è un’immagine vivida ed immediata della vita spezzata. Ecco il tassello che ci mancava: la liberazione dal mondo qui dipinta non è quella apocalittica della fine dei tempi, ma quella personale del momento del trapasso!

Come il regno dell’avversario ha una durata limitata, anche il periodo in cui lo spirito si incarna in un corpo, esponendosi alle tentazioni del peccato, è limitato e prestabilito.

L’angelo dell’immagine angelo è l’angelo della morte, e la sua spada è la triste falce che pone fine alle vite degli uomini. Ma quel doloroso distacco giunge anche a liberare lo spirito dalle insidie dell’anima: una volta reciso il tronco dell’albero, il serpente non avrà più modo di raggiungere e divorare la colomba.

Come vorrebbe il credo cristiano, la morte non è un momento triste e finale, ma una vera e propria liberazione!

20. La strega Baba Jaga di Ivan Jakovlevič Bilibin

Come ogni simbolo, anche l’archetipo femminile riunisce in sè le due polarità opposte dell’esistenza: è la sorgente della vita, ma anche l’immagine della morte stessa, è tanto bellezza quanto orrore, delicata dolcezza e gretta meschinità.

Favorire il lato positivo e negare esistenza a quello più oscuro vorrebbe dire fare un torto al simbolo, e precludersi l’accesso ad un importante aspetto della nostra realtà.

Ivan Bilibin - Baba JagaL’illustrazione è stata disegnata dal pittore russo Ivan Bilibin come decorazione della fiaba “Vassilissa la bella”, ma si potrebbe inserirla tranquillamente in migliaia di altre fiabe, come matrigna, strega, o regina cattiva…

Il volto oscuro dell’archetipo femminile trova spesso un fertile campo d’espressione proprio nelle fiabe: sotto la figura della strega si intravedono gli aspetti più terribili della figura materna. La logica umana non accetta di buon grado la sfumatura dei simboli, e solo difficilmente comprende la bipolarità che si annida in essi. E’ così che, per mantenere buona e positiva la figura della madre, si scinde il simbolo in due aspetti, preservando da una parte l’aspetto materno da ogni accezione negativa, e creando al lato opposto l’immagine della strega, vecchia, sciatta, cattiva, brutta e senza amore.

18. Forme d’arte naturali, di Ernst Haekel

Fra i spunti d’ispirazione per l’arte un posto d’onore spetta alla natura: paesaggi, fiori, boschi e animali da sempre hanno suggerito nuove e vecchie idee ai pittori, come delle semplici e rurali muse. Ma con l’avanzamento della scienza ottica, grazie a lenti e a microscopi si è aperto agli occhi umani un nuovo universo, piccolissimo e meraviglioso.

Nel 1904 il naturalista Ernest Haekel diede alle stampe un libro intitolato “Kunstformen der Natur”, Forme d’arte della natura. In esso erano raccolte cento magnifiche stampe disegnate dall’autore stesso, in cui l’enfasi era posta proprio sulla meraviglia estetica che le forme naturali riescono ad esprimere.

Senza dubbio le stampre più belle e allo stesso tempo strane sono quelle dedicate ai gusci silicei dei radiolari. Si tratta di organismi unicellulari marini, racchiusi dentro una teca di silicio: Haekel disegnò proprio queste minuscole teche di silicio, svelando una geometria completamente diversa da quella a cui siamo abituati, più vicina ad un’avveneristica architettura che alla consueta idea di forme naturali.

Queste due incisioni, ad esempio, sono tratte dalla tavola dedicata ai radiolari dell’ordine Stephoidea:

Ernst Haekel - RadiolariaErnst Haekel - RadiolariaQuesti altri, invece, appartengono all’ordine Spumellaria:

Ernst Haekel - RadiolariaErnst Haekel - RadiolariaInfine altri due, appartenenti alla superfamiglia Cyrtoidea:

Ernst Haekel - RadiolariaErnst Haekel - RadiolariaQuest’ultima senza dubbio è la mia preferite fra tutte le illustrazioni del libro. La sua forma mi ricorda le descrizioni delle città che lo scrittore americano Lovecraft vedeva nel corso dei suoi sogni: alti minareti e torri con cupole magnifiche, non costruite dalla mano dell’uomo, ma da un’intelligenza ad egli estranea ed infinitamente più antica di lui, un architettura diversa, inumana, terribile e magnifica.