23. Arte o non arte?

Parlando d’arte è facile imbattersi in una tentazione: aver la pretesa di definire cos’è arte e cosa non lo è.
Si tratta di un’indagine indelicata e priva di grazia: è come cercar di spiegare a parole come si fa l’amore.
E’ giusto lasciare che il concetto di arte rimanga elastico ed intuitivo: ogni tentativo di definizione finisce per diventare una rigida limitazione, che rischia di bloccare e soffocare un concetto mobile e vivo.

Caliamoci per un attimo nei panni di un simile assassino intellettuale, e cerchiamo di stabilire i vari criteri per discrimare di volta in volta se un’opera può assurgere o meno all’ambìto rango di “arte”.

Il primo principio che viene alla mente è quello della bellezza: è arte ciò che è bello, e ciò che è brutto o anche soltanto mediocre non lo è.
Il problema con questa dicotomia è che esclude tutte quelle opere che esplorano le regioni più grottesche e orride dello spirito.

Francisco de Goya, Saturno divora i suoi figli

Il “Saturno che divora i suoi figli” di Goya non è certo piacevole alla vista, eppure è pervaso da una tale carica comunicativa che negargli lo status di arte sarebbe davvero ingiusto.

Allora la regola potrebbe esser proprio questa: “arte” è ciò che possiede una forza comunicativa, ciò che ha qualcosa da dire all’osservatore, sia anche una comunicazione intima ed inconscia, sotto il velo delle superfici.

Però l’arte può anche essere pura bellezza, godimento estetico fine a sè stesso.

Jackson Pollock - Number Eight

C’è una bella frase, attribuita al pittore statunitense Pollock nell’omonimo film del 2000: “Se la gente guardasse i dipinti e basta, non penso che avrebbero alcuna difficoltà a goderseli. E’ come guardare un prato in fiore: non ci si rovina la vita per capire cosa vuole significare!
Si potrebbe anche rispondere, obiettando che forse non c’è senso più profondo del godimento estetico!

Possiamo fare un ultimo tentativo di salvare capra e cavoli, e definire l’arte come qualcosa che colpisce in qualche maniera lo spirito dell’osservatore.

Qui il problema è l’opposto: ad esempio, ultimamente la consapevolezza della portata mediatica di alcune trovate ha portato molti artisti a preferire la peculiarità del mezzo di espressione all’espressione di per sè stessa.

Marcus Levine - opere con i chiodi

L’artista inglese Marcus Levine ha realizzato un’immagine con dei chiodi piantati sulla parete: senza dubbio se l’autore avesse realizzato la stessa opera con un acquarello o dei colori ad olio l’immagine sarebbe stata la stessa, ma la diffusione mediatica dell’opera sarebbe stata molto, molto minore.
Finchè si tratta di chiodi, tuttavia, possiamo ancora giustificare l’operazione. Il chiodo ha una valenza simbolica – fissa, perfora ed inchioda – e ciò potrebbe indurre l’osservatore più attento a vedere con occhi diversi l’immagine che ne risulta composta.
Lo stile di realizzazione dunque può acquisire una sua importanza significativa nel contesto dell’opera, se in qualche maniera contribuisce ad aumentare o modificare il messaggio della stessa.
Ma che dire di Pete Fecteau, artista statunitense che realizza ritratti combinando i colori diversi dei cubi di Rubik?

Pete Fecteau - Dream Big

O ancora Erika Iris Simmons, anch’essa statunitense, che fa lo stesso con i nastri delle vecchie audiocassette?

Erika Iris Simmons - ritratto con nastro

E’ evidente che tali immagini potrebbero risultare altrettanto bene, se non addirittura meglio, se fossero state dipinte con degli acrilici nel primo caso, o tracciate con un semplice pennarello nell’altro.
Ma in quel caso, per dirla schiettamente, l’opera “non farebbe notizia”!

E’ arte dunque questa, in cui si cerca soltanto di stupire al fine di esser sulla bocca di tutti?

Per me no, ma per altri si; e non è affatto un’affermazione banale.

Come avrete capito, il fulcro del problema è proprio la soggettività.
Magari qualcun altro, meno malizioso e più sensibile di me, potrebbe leggere nel cubo di Rubik e nei nastro una simbologia significativa, o forse potrebbe anche godersi le opere senza tanti problemi e domande. Buon per lui: io non ci riesco, ed in ultima analisi ciò va a mio danno.

Va fatta attenzione a non ricadere nell’estremo opposto: è altrettanto esagerato infatti concludere che siccome lo status di arte è soggettivo, allora tutto è potenzialmente arte.

Non mi piace Mondrian, e non mi piace nemmeno Pollock; rimango indifferente di fronte a certi quadri di Chagall, ma mi commuovo di fronte alle linee essenziali e rozze delle sculture romaniche, che pur a qualcun altro potrebbero sembrare infantili e sgraziate.

Non si deve concludere che un giudizio, per il fatto di essere soggettivo, sia per forza non esistente o falso.
Possiamo e forse anche dobbiamo discernere cos’è bello e cosa invece è insignificante, e chissà, addirittura cos’è arte e cosa no; ma è importantissimo non perdere di vista la relatività personale delle nostre affermazioni.

E’ un peccato di somma presunzione imporre una propria opinione come una regola assoluta!
Ma è altrettanto deplorevole rinunciare ad avere una propria opinione, soltanto perchè si sa che sarà per forza parziale e limitata: non è anche questa una forma contorta e velata di presunzione?

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