24. Re Mida tramuta sua figlia in oro, di Walter Crane

Walter Crane - Re Mida tramuta sua figlia in oro

Ovidio, nelle sue Metamorfosi, ci racconta del re Mida, che in cambio d’un favore reso a Dioniso ottenne dal dio di poter scegliere da sè la propria ricompensa.
Come per ogni peccato, il castigo venne da sè, come conseguenza diretta: il re, infatti, adesso mutava in oro qualsiasi cosa, anche quando non lo voleva. Ogni cosa, compreso il cibo!
Il re si rese conto che presto sarebbe stato condannato a morir di fame: implorò quindi Dioniso di sgravarlo dalla sua ricompensa, e questi l’accontentò.

Nella storia si intravede facilmente la morale: la troppa cupidigia porta alla rovina.

L’illustrazione qui sopra è di Walter Crane, e corredava una nuova versione della storia scritta da Nathaniel Hawthorne, in cui per rincarare la dose lo sfortunato re tramutava in oro sua figlia.

Ma c’è una morale più profonda, se non più importante, presente già nella versione di Ovidio, e che Hawthorne ha saputo raccogliere ed amplificare, e che anche Crane ha ben rappresentato nella sua illustrazione!
Hawthorne dà alla figlia di Mida il nome di “Marigold”, che in italiano significa “maggiociondolo”; ma nel nome inglese il giallo squillante del fiore è paragonato all’oro (per l’appunto “gold”, per i meno anglofili!).

Il tema dei fiori è molto importante. In una delle scene iniziali, la figlia presenta al padre dei fiori, ma lui invece di meravigliarsi per la loro bellezza li disdegna, perchè non sono fatti d’oro. Eppure, in gioventù il re amava i fiori, al punto da coltivare un suo personale roseto!

In questa versione, al posto di Dioniso compare più semplicemente uno sconosciuto misterioso; un’interessante variazione per adattare la storia al proprio tempo.Una volta ottenuto il fatale dono, Mida tramuta in oro una rosa, per regalarla alla figlia; ma questa volta è lei a sdegnare il dono: la rosa dorata è fredda, ed ha perso il suo buon profumo.

Come abbiamo detto, Mida finisce per pietrificare anche Marigold. Pentito ed affamato, il re è in preda alla disperazione, quando gli appare il misterioso sconosciuto che solleva in una lo sventurato sovrano in una maniera piuttosto peculiare: gli consiglia infatti di bagnarsi in un fiume.

Mida segue il consiglio, ed effettivamente il suo dannoso potere scompare; non solo, ma scopre pure che l’acqua del fiume è in grado di ritrasformare gli oggetti dall’oro al loro materiale naturale.

Walter Crane - Mida con l'anfora

Il re può così riabbracciare sua figlia; ma la scena più toccante è forse quella in cui Mida tocca una piccola violetta, ed è felicissimo che il fiore rimanga semplicemente così com’è, col suo meraviglioso colore naturale.

L’oro è l’oggetto dell’avidità, ma qui il metallo acquisisce un significato ulteriore: l’oro infatti è incorruttibile, inattacabile dagli acidi, e non conosce nè ruggine nè patine d’ossinazione che intervengano a mascherare la sua brillante lucentezza.

Nella prima illustrazione, Crane associa giustamente il tema dell’oro al simbolo solare, riportato negli scudi sullo sfondo. Il sole è un fuoco eterno, sempre chiaro e luminoso; per contrasto invece la luna, la sua controparte notturna, conosce fasi di crescita ma anche periodi di deperimento che la fanno dimagrire fino a scomparire totalmente nel buio più assoluto.

Che re Mida desideri l’oro può quindi significare proprio il bisogno umano di eternità, di trascendere il mondo corruttibile e sollevarsi sopra la transitorio sfera sublunare. E’ un desiderio del tutto umano!
Finchè il re era giovane, riusciva ad amare ed apprezzare le forme passeggere, i bei fiori che durano un sol giorno; ma ora è vecchio, e lui stesso sta cominciando ad avvizzire, e il dispiacere di vedere l’onnipresente azione ossidante del tempo si sta sempre più ingigantendo, fino a raggiungere le tremende dimensioni della paura.

L’avidità e la paura della transitorietà sono due dominanti del simbolo dell’oro ugualmente importanti, e strettamente interconnesse fra loro: d’altronde se l’oro ha un valore così alto è proprio perchè è incorruttibile!

Finchè l’eternità incorruttibile rimane una speranza lontana, l’uomo ne riceve sicurezza e luce; ma quando il sole si avvicina troppo, il suo calore si fa bruciante e distruttivo. Il dono che Re Mida ha avuto la sfortuna di ottenere è proprio quest’eternità fissa ed immutabile.

Si tratta di una sfortuna, perchè tale eternità non è immortalità, ma il suo esatto opposto, la mancanza di vita.

L’essenza della vita stessa è radicata nel cambiamento. Come la luna, la vita è l’eterno alternarsi di crescite e decadenze, morti e nuove nasicte. La vita è una figlia che cresce, ma anche un padre che invecchia. La vita è mangiare, nutrirsi, e nutrire significa uccidere e divorare altra vita, sia essa animale che vegetale: come il serpente Ouroboros, la vita in un certo senso si nutre di sè stessa.

Se rinneghiamo l’idea stessa di mutamento, abbandoniamo anche la vita: ecco perchè re Mida rischia di morire di fame!
Il pesce sulla tavola è un pesce ucciso, ed il pane è una pianta di grano recisa e spezzata dalle macine; può essere una constatazione amara, ma se non accettiamo questo fatto non accettiamo nemmeno il crudele mistero su cui si basa la nostra stessa vita.

leone insanguinato

Ci vuole un certo coraggio a staccarsi dal dorato sogno dell’eternità incorruttibile; ma è di gran lunga più saggio imparare ad accettare la transitorietà della vita, abbracciare il mutamento e calarsi consapevolmente nella sua corrente.

Il fiume con cui re Mida lava via la sua maledizione significa proprio questo: quale immagine migliore del mutamento continuo? Il fiume è simbolo della vita e dell’eterno fluire del tempo, come nella celebre immagine di Eraclito: «Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.»

Per metonimia, l’acqua raccolta dal fiume diventa l’antidoto contro la sterile eternità dorata di cui il re si era circondato.

Una volta accettata la transitorietà della vita, ci si accorge che il segreto dei suoi colori meravigliosi sta proprio nel cambiamento continuo. In un semplice fiore di campo brilla una luce più calda del sole e più preziosa di qualsiasi oro!

In fin dei conti l’eternità stessa non è un fotogramma fermo ed immutabile, ma la somma di tutti gli istanti transitori e fugaci, belli e tristi, banali o allegri, grigi o straordinari che siano. Il corpo dell’eternità è composto dal momento: Αιών e καιρός sono due volti del medesimo ente.

Annunci

Un pensiero su “24. Re Mida tramuta sua figlia in oro, di Walter Crane

  1. Pingback: 32. Il lampadario etrusco di Cortona | Uno zoticone al museo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...