40. Il cervo di Lascaux

Lascaux è un paesino nel sud della Francia, celebre per le vicine grotte in cui si conservano dei dipinti risalenti al Paleolitico.

Le immagini non sono affatto semplici o rozze, ma sono tracciate con mano esperta e sicura, con un magnifico tratto fra lo stilizzato e la rappresentazione naturalistica.

Le raffigurazioni sono moltissime, più di duemila. Una delle più belle è quella che ritrae il Megaloceros:

02_02_00_11Il Megaloceros è una specie estinta, simile al nostro cervo, ma decisamente più imponente sia per le dimensioni del corpo che per le maesose proporzioni del palco di corni. Per farsi un’idea, questa è uno scheletro fossile del Megaloceros giganteus, conservato nel Museo Nazionale di Storia Naturale di Washington D.C.:

Alce irlandese, Museo di Storia Naturale di Washington D.C.E’ conosciuto anche come alce irlandese, non perchè abitasse solo in Irlanda, ma perchè è lì che se ne è trovata la maggior quantità di resti fossili. Era alto più di due metri, e le corna raggiungevano un’apertura di tre metri e mezzo!

Viene spontaneo chiedersi quale fosse il motivo che spinse l’antico artista a disegnare il Megaloceros sulle pareti della grotta: forse un rito propiziatorio per la caccia, o magari la commemorazione di una battuta di caccia particolarmente riuscita. Il problema è che quando, come in questo caso, mancano le fonti scritte, è particolarmente difficile – se non impossibile – stabilire un’interpretazione certa ed univoca del significato di ciò che ci è stato tramandato.
Il rischio è di finire coll’addossare al reperto preistorico categorie di pensiero contemporanee. Neppure con tutta la buona fede ed il rigore scientifico col mondo si è al riparo dall’errore! Pensate alla scuola di Freud, quando parlava di totemismo: non si stava effettivamente analizzando l’antropologia delle popolazioni studiate, ma le si usava come schermo su cui proiettare le forze, le tensioni e le angosce che si agitano nella mente contemporanea. Torno a dirlo: non c’è niente di male in tutto ciò, è un ottimo modo di autoanalisi, ma affinchè il metodo dia frutto è necessario essere ben coscenti del fatto di ciò che stiamo facendo. Guardate le figure di Lascaux: potrà sembrarvi che parlino di voi, dei vostri problemi, della vostra anima; e allora ascoltatele! Ma non pensate che quello che voi sentite sia la stessa cosa che voleva dire l’artista che le dipinse!

Se invece vi interessa davvero scoprire quali intenzioni muovevano la mano dell’antico illustratore, rimane ancora una strada, che di fatto è l’opposto simmetrico dell’altra. Certo, sono passati eoni dall’attimo della creazione a quello della nostra osservazione: ma in fin dei conti tanto l’uomo preistorico quanto quello moderno sono entrambi uomini.
Lasciamo da parte tutti i preconcetti, le idee acquisite, le teorie già pronte da applicare con la forza ai fatti, con quello che S.J. Gould chiamò “il calzatoio di Walcott”. Guardiamo con un silenzio della mente, ascoltando le reazioni dell’anima.

L’emozione più genuina fra quelle che salgono al cuore mentre ammiriamo il dipinto del Megaloceros è una forza profonda e impetuosa: la meraviglia. E non è forse la stessa meraviglia che provava l’uomo preistorico di fronte all’animale in carne ed ossa? Non potrebbe essere questa la spinta primaria che portò alla raffigurazione sulle pareti della grotta?

Certo, questo è un metodo poco scientifico, e gli accademici storceranno il naso. In fondo hanno ragione: anche in questo caso c’è sempre il rischio di contrabbandare sotto banco sentimenti propri sull’oggetto dell’osservazione. Ma bisogna chiedersi: uno dei fondamenti dell’arte non è proprio l’empatia, il presupposto secondo cui l’artista riesce a trasmettere i propri stati d’animo a colui che vedrà la sua opera? Se così non fosse, si potrebbe davvero parlare d’arte?

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39. Arte in scatola

Il quadro che ritrae la Zuppa Campbell, dipinto nel 1964 da Andy Warhol, è diventato una vera e propria icona della pop art:Andy Warhol - Campbell's Soup CanPerchè è divenuto così famoso? E’ difficile capirlo, guardando soltanto l’immagine: un disegno dozzinale che chiunque con un minimo di talento potrebbe realizzare in pochi minuti.

Il fatto è che i tempi sono diversi: nei secoli passati a decretare la ragione del successo era la qualità dell’opera stessa, mentre in quegli anni (e pure adesso) è l’artista a richiamare su di sè l’attenzione, diventando un personaggio, inserendosi nel giro delle persone che contano, dando scandalo, facendo di tutto per richiamare su di sè lo sguardo di quella grigia massa di persone annoiate che viene chiamato il pubblico.
Non serve granchè, ad esempio, essere uno scultore abile e visionario: verrete certamente surclassati in notorietà da un altro scultore, magari molto più dozzinale di voi, ma molto più interessante per il pubblico, vuoi perchè si veste in un modo stravagante, o perchè ha avuto una serie di amorazzi con delle star del cinema, o cose di questo genere. Se siete un grande cuoco e scrivete un libro di ricette, nessuno vi darà bada, mentre tutti compreranno il libro di Benedetta Parodi, che magari in realtà non sa nemmeno cucinare un uovo sodo, ma è “una della televisione”! E potete passare anche dieci anni a studiare arte, ma nessuno ascolterà i vostri discorsi: meglio Vittorio Sgarbi, che è uno figo, un sporcaccione, dice le parolacce, fa risse, e poi anche lui è sempre in televisione.

Ecco, Andy Warhol aveva compreso molto bene questo meccanismo: magari era anche un bravo artista, ma aveva capito che quello non bastava, o forse nemmeno serviva. Warhol era soprattutto un bravo ruffiano, un puttaniere dell’attenzione. Si circondava di celebrità e star, e il suo studio divenne un punto di attrazione per quel cielo di stelle di plastica che è la celebrità americana.

Torniamo al quadro: perchè proprio del cibo in scatola? Pensateci bene: il cibo in scatola è dozzinale, ma costa poco, perchè è stato prodotto in massa, per la massa, sacrificando ogni qualità alle esigenze della grande quantità.

Lo stesso vale per l’arte. Finchè le opere si rivolgono all’individuo, possono e devono essere uniche, preziose e di valore.
Nel suo libro sui misteri mitraici, Cumont nota che all’apice della diffusione geografica del culto di Mitra, le statue che raffiguravano il dio nei suoi templi erano notevolmente più rozze rispetto ai secoli degli inizi. Ma, come nota lo stesso Cumont, ciò è un fatto inevitabile: anche il cristianesimo ha i suoi crocifissi di gesso stampato ed i suoi rosari di plastica. Per accontentare le esigenze di tutti bisogna impiegare meno tempo nella produzione, e ciò va a discapito della qualità.

Quando l’arte si rivolge alle masse, al famigerato “pubblico”, la qualità diventa un fatto quasi negativo: ben più importante è l’immediatezza.

Il pubblico è un mostro famelico, posseduto da una fame vorace ed insaziabile, cosa che a ben vedere riflette un pietoso vuoto interiore. Deve mangiar in continuazione, novità, novità, sempre cose diverse, mai lo stesso, sempre scopiettanti e divertenti. Il pubblico è un mostro famelico, ma la sua bocca è davvero piccola! Non ha tempo per masticare, e le cose che mangia devono essere già pronte, quasi premasticate, come la zuppa Campbell.

Bach, Schubert o Dvorak sono bocconi troppo grossi per il pubblico: bisogna avvicinarli e studiarli, curarli, assimilarli, ascoltarli e riascoltarli mille volte prima di comprenderli. No, il pubblico vuole la pappa pronta. Canzoncine che siano piacevoli già al primo ascolto: Lady Gaga, Rihanna, Bruno Mars. Se è banale tanto meglio: è più facile, resta in mente subito, vende di più. Stuferà presto, ma non c’è da preoccuparsi, perchè la catena di produzione ha già pronti nuovi articoli da sottoporre alla fame cieca del pubblico, ed è meglio così, perchè un ricambio veloce procura maggiori entrate al mercato.

Il mercato! Una catena di montaggio per rimpinzare questo famoso “pubblico” con snack ipercalorici, piatti inscatolati in fabbrica, cibo spazzatura: allo stesso modo si ingrassano i maiali destinati al macello. Non filosofi ma macchiette, non scrittori ma calciatori che hanno scritto un libro, non artisti ma celebrità che prendono in mano i pennelli nel weekend. Se qualcuno mostra d’avere un minimo di complessità in più, il pubblico non lo vuole, perchè è troppo difficile, noioso. Non di uomini veri c’è bisogno, ma di personaggi.

Una catena di montaggio, una fabbrica: non a caso il famoso studio di Warhol si chiamava “The Factory”!

Non so voi, ma alla zuppa in scatola io preferisco una bella bistecca alla fiorentina: c’è più da masticare, certo, ma ne vale la pena.

38. Aveva un cuore! di Enrique Simonet Lombardo

Enrique Simonet Lombardo - Anatomía del corazón; ¡Y tenía corazón!; La autopsiaQuesto quadro del pittore spagnolo Enrique Simonet Lombardo ha ben tre titoli: “Anatomía del corazón; ¡Y tenía corazón!; La autopsia”.

Blaise Pascal ebbe a dire “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce“. Come può una fredda mente scientifica capire il sentimento? Ed anche l’amore non è forse cieco, proprio perchè non può capire che sè stesso?

Che possibilità di comprensione reciproca ci sono fra i due poli dell’esistenza simboleggiati dal maschile e dal femminile? Può esserci un contatto che non sia anche conflitto e distruzione reciproca?

37. Tre cupole

La cupola di un tempio è un simbolo del cielo.

In quanto cielo è un cerchio. Ma come il cielo poggia sulla terra, così il cerchio è sostenuto da quattro angoli: quattro pilastri, quattro punti cardinali.

Facciamo un piccolo viaggio senza parole fra religioni e culture, iniziando dal Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna:

cupola ravennaPoi fermiamoci a Praga, nella Sinagoga Spagnola:

Praga, cupola della sinagoga spagnolaEd infine arriviamo ad Istanbul, nella Moschea Blu:

Istanbul, cupola della Moschea bluDiamo il giusto peso alle somiglianze, ma non dimentichiamo le differenze! La mano che crea il tempio è sempre umana, e per forza di cose lo scheletro archetipico alla base sarà sempre lo stesso. Ma la differenza culturale sa donare una propria identità ed importanza ad ognuna di queste varianti, che altrimenti sarebbero soltanto l’ennesima ripetizione di uno stesso modello.

Le discrepanze fra le varie religioni e culture sono state origine o pretesto di guerre ed incomprensioni. Ma sarebbe sbagliato cancellarle in nome di una uniformità comune a tutti gli uomini: ne verrebbe fuori un’espressione insulsa ed insipida, perchè la differenza che separa ogni uomo dagli altri è come la spezia che impreziosisce un piatto. Anzi, è proprio tramite l’accettazione della propria diversità ed essenza individuale che dobbiamo passare se vogliamo comprendere gli altri senza equivoci o prevaricazioni.