42. Le illustrazioni fiabesche di Johan Fabricius

L’animo umano è irresistibilmente attratto dal mistero. Finchè una cosa rimane sconosciuta non si dà pace: esplora, ragiona, investiga ed esperimenta, fermandosi soltanto quando ormai non c’è più niente da scoprire.

Che delusione, allora! Una volta conosciuto, il mistero si perde, e con esso svanisce ogni fascino che ammaliava così ardentemente il nostro spirito.

Johan Fabricius

Johan Fabricius era uno scrittore, specializzato in letteratura fiabesca per i bambini. Quelle che qui vi ripropongo sono alcune illustrazioni dei racconti della serie “De wondere avonturen van Arretje Nof”, del 1928; non ho trovato il testo in italiano o inglese, e l’olandese ,lo ammetto, davvero non lo capisco.

Johan Fabricius

Ma proprio per questo le immagini risultano ancora più godibili: così avvolte dal mistero, cessano di essere un semplice corredo didascalico ad una storia, e si ampliano fino a diventare una cornice in cui la nostra fantasia può ricamare liberamente.

Johan Fabricius

Johan Fabricius

41. Il Cristo e gli uomini visti da William-Adolphe Bouguereau

Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe“, disse Gesù ai suoi discepoli; ma in un altro passo dei Vangeli, la stessa profezia riecheggia, rivolgendosi direttamente al Cristo stesso: “Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso“.

William-Adolphe_Bouguereau_(1825-1905)_-_The_Flagellation_of_Our_Lord_Jesus_Christ_(1880)La pelle di Gesù è pallida, il suo corpo sembra avvolto da una luce bianca, la luce del martirio; la testa piegata all’indietro in un sordo grido di dolore, gli occhi ormai perduti nella sofferenza. Ma il particolare più raccapricciante è l’espressione del volto di coloro che lo stanno tormentando. Non c’è traccia di crudeltà, accanimento, non c’è né ira né collera, ma un contegno serio e grave, come di chi sta compiendo semplicemente il proprio dovere solenne.

Anche le persone che assistono allo spettacolo hanno la stessa espressione, quasi un’ostentata indifferenza. Se potessero parlare direbbero certamente qualcosa tipo:”E’ crudele, ma non c’era altra cosa da fare, era l’unica soluzione”. Solo un bambino, sulla destra, è voltato per non guardare la scena: vorrebbe essere un simbolo di innocenza, ma di fatto è piuttosto l’allegoria dell’impotenza e dell’ignavia.

Spesso dietro i crimini più efferati si nasconde proprio la ferma convinzione di essere nel giusto. Se i sacerdoti mandarono al flagello Gesù, non fu per invidia o meschinità, ma per la ferma e santa convinzione di proteggere il loro popolo, di salvaguardare la Legge e di preservare il fragile equilibrio politico di quegli anni di confusione. Eppure proprio questo desiderio di fare del bene diventa una via perversa tramite il quale il male si manifesta nel mondo!

Anche i “pagani” fustigatori, in fin dei conti, non stanno facendo altro che il loro mestiere: rifiutare il compito del torturatore significherebbe disertare, una pericolosa infrazione dell’ordine gerarchico. Forse si potrebbe anche cercare una sfumatura di rimorso fra le pieghe dei loro occhi, ma che importa, dal momento che continuano a dar frustate?

Ecco, il male è venuto al mondo tramite coloro che sono convinti di essere nel giusto, e quello stesso male cresce per mano dei soldati che eseguono senza obiettare i loro ordini.

Quante volte simili situazioni si sono ripetute nella storia! Nessuno vuole il male, tutti cercano attivamente il bene, e proprio nel cercarlo creano l’esatto opposto.

Basterebbe un po’ di dubbio, per allentare quella soffocante sicurezza in sè stessi che è la causa di tanta rovina: quello stesso dubbio che la Chiesa definisce l’arma principale del Diavolo. Ma a pensarci bene, chi più degli appartenenti alle gerarchie ecclesiastiche è fermamente convinto di essere nel giusto?

Noi pertanto, aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall’’esordio della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della cattolica religione ed a salute dei popoli cristiani coll’approvazione del Sacro Concilio, insegniamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato, il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra, ossia quando, esercitando l’uffizio di Pastore e Dottore di tutti i cristiani, per la sua suprema apostolica autorità definisce una dottrina sulla fede o sui costumi doversi tenere da tutta la Chiesa, per l’assistenza divina, a lui nel beato Pietro promessa, godere di quella infallibilità di cui il divin Redentore volle essere fornita la sua Chiesa nel definire una dottrina sulla fede o sui costumi, e pertanto tali definizioni del romano Pontefice essere per se stesse e non pel consenso della Chiesa, irreformabili. Se alcuno poi, tolgalo Iddio, osasse contraddire a questa nostra definizione, sia anatema.

Ah, per quanti secoli il Figlio dell’Uomo è rimasto nelle mani dei sommi sacerdoti e degli scribi!

C’è una meravigliosa poesia di Jacopone da Todi, “Donna de Paradiso”, che racconta la Passione vista dagli occhi di Maria:

«Donna de Paradiso,
lo tuo figliolo è preso
Iesù Cristo beato.

Accurre, donna e vide
che la gente l’allide;

credo che lo s’occide,
tanto l’ho flagellato»

e poi continua, con il popolo che reclama la morte di Gesù:

«Crucifige, crucifige!
Omo che se fa rege,

secondo la nostra lege
contradice al senato».

Vengono in mente altri versi, dalla canzone Geordie di De Andrè:

«Né il cuore degli inglesi né lo scettro del re
Geordie potran salvare,
anche se piangeran con te
la legge non può cambiare».

Gli uomini non possono controllare la legge: ma come, non l’hanno creata loro stessi? Forse la legge ha preso vita propria, come un idolo sfuggito al controllo dei propri teurghi?

O è soltanto una scusa, un paravento dietro cui nascondere le proprie viltà, evitandone la responsabilità?

Forse entrambe le cose sono vere: la legge è un idolo costruito con i migliori intenti e le migliori speranze degli uomini, ma che finisce per attrarre e concentrare proprio l’esatto opposto – meschinità, sospetti, paure.

La via della società è la via della legge: le due cose paiono quasi coincidere. Ma è possibile anche un’altro contegno, che non sia né imposizione né rinuncia. La via opposta è un cammino di umiltà e povertà di spirito, fatto non di convinzioni gridate ai quattro venti, ma di domande sussurrate. Non è la via degli eroi, ma esige una forza molto più dolce e delicata, capace di rinunciare e donarsi.

Senza sprecare troppe parole, lasciamo il campo a Bouguereau, che lo dipinge mirabilmente, ispirandosi ad un altro noto passo del Vangelo: “Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui.
A ben vedere, non si tratta nemmeno di una decisione propria: altrimenti si potrebbe anche pensare che il gesto di Simone sia mosso da vanità, o da esibizionismo, o dal desiderio di ricompense. Anche questa è invece un’imposizione forzata: ma la grandezza d’animo sta tutta nel modo in cui lui ha saputo farsene carico.

William-Adolphe_Bouguereau - Compassione

40. Il cervo di Lascaux

Lascaux è un paesino nel sud della Francia, celebre per le vicine grotte in cui si conservano dei dipinti risalenti al Paleolitico.

Le immagini non sono affatto semplici o rozze, ma sono tracciate con mano esperta e sicura, con un magnifico tratto fra lo stilizzato e la rappresentazione naturalistica.

Le raffigurazioni sono moltissime, più di duemila. Una delle più belle è quella che ritrae il Megaloceros:

02_02_00_11Il Megaloceros è una specie estinta, simile al nostro cervo, ma decisamente più imponente sia per le dimensioni del corpo che per le maesose proporzioni del palco di corni. Per farsi un’idea, questa è uno scheletro fossile del Megaloceros giganteus, conservato nel Museo Nazionale di Storia Naturale di Washington D.C.:

Alce irlandese, Museo di Storia Naturale di Washington D.C.E’ conosciuto anche come alce irlandese, non perchè abitasse solo in Irlanda, ma perchè è lì che se ne è trovata la maggior quantità di resti fossili. Era alto più di due metri, e le corna raggiungevano un’apertura di tre metri e mezzo!

Viene spontaneo chiedersi quale fosse il motivo che spinse l’antico artista a disegnare il Megaloceros sulle pareti della grotta: forse un rito propiziatorio per la caccia, o magari la commemorazione di una battuta di caccia particolarmente riuscita. Il problema è che quando, come in questo caso, mancano le fonti scritte, è particolarmente difficile – se non impossibile – stabilire un’interpretazione certa ed univoca del significato di ciò che ci è stato tramandato.
Il rischio è di finire coll’addossare al reperto preistorico categorie di pensiero contemporanee. Neppure con tutta la buona fede ed il rigore scientifico col mondo si è al riparo dall’errore! Pensate alla scuola di Freud, quando parlava di totemismo: non si stava effettivamente analizzando l’antropologia delle popolazioni studiate, ma le si usava come schermo su cui proiettare le forze, le tensioni e le angosce che si agitano nella mente contemporanea. Torno a dirlo: non c’è niente di male in tutto ciò, è un ottimo modo di autoanalisi, ma affinchè il metodo dia frutto è necessario essere ben coscenti del fatto di ciò che stiamo facendo. Guardate le figure di Lascaux: potrà sembrarvi che parlino di voi, dei vostri problemi, della vostra anima; e allora ascoltatele! Ma non pensate che quello che voi sentite sia la stessa cosa che voleva dire l’artista che le dipinse!

Se invece vi interessa davvero scoprire quali intenzioni muovevano la mano dell’antico illustratore, rimane ancora una strada, che di fatto è l’opposto simmetrico dell’altra. Certo, sono passati eoni dall’attimo della creazione a quello della nostra osservazione: ma in fin dei conti tanto l’uomo preistorico quanto quello moderno sono entrambi uomini.
Lasciamo da parte tutti i preconcetti, le idee acquisite, le teorie già pronte da applicare con la forza ai fatti, con quello che S.J. Gould chiamò “il calzatoio di Walcott”. Guardiamo con un silenzio della mente, ascoltando le reazioni dell’anima.

L’emozione più genuina fra quelle che salgono al cuore mentre ammiriamo il dipinto del Megaloceros è una forza profonda e impetuosa: la meraviglia. E non è forse la stessa meraviglia che provava l’uomo preistorico di fronte all’animale in carne ed ossa? Non potrebbe essere questa la spinta primaria che portò alla raffigurazione sulle pareti della grotta?

Certo, questo è un metodo poco scientifico, e gli accademici storceranno il naso. In fondo hanno ragione: anche in questo caso c’è sempre il rischio di contrabbandare sotto banco sentimenti propri sull’oggetto dell’osservazione. Ma bisogna chiedersi: uno dei fondamenti dell’arte non è proprio l’empatia, il presupposto secondo cui l’artista riesce a trasmettere i propri stati d’animo a colui che vedrà la sua opera? Se così non fosse, si potrebbe davvero parlare d’arte?

39. Arte in scatola

Il quadro che ritrae la Zuppa Campbell, dipinto nel 1964 da Andy Warhol, è diventato una vera e propria icona della pop art:Andy Warhol - Campbell's Soup CanPerchè è divenuto così famoso? E’ difficile capirlo, guardando soltanto l’immagine: un disegno dozzinale che chiunque con un minimo di talento potrebbe realizzare in pochi minuti.

Il fatto è che i tempi sono diversi: nei secoli passati a decretare la ragione del successo era la qualità dell’opera stessa, mentre in quegli anni (e pure adesso) è l’artista a richiamare su di sè l’attenzione, diventando un personaggio, inserendosi nel giro delle persone che contano, dando scandalo, facendo di tutto per richiamare su di sè lo sguardo di quella grigia massa di persone annoiate che viene chiamato il pubblico.
Non serve granchè, ad esempio, essere uno scultore abile e visionario: verrete certamente surclassati in notorietà da un altro scultore, magari molto più dozzinale di voi, ma molto più interessante per il pubblico, vuoi perchè si veste in un modo stravagante, o perchè ha avuto una serie di amorazzi con delle star del cinema, o cose di questo genere. Se siete un grande cuoco e scrivete un libro di ricette, nessuno vi darà bada, mentre tutti compreranno il libro di Benedetta Parodi, che magari in realtà non sa nemmeno cucinare un uovo sodo, ma è “una della televisione”! E potete passare anche dieci anni a studiare arte, ma nessuno ascolterà i vostri discorsi: meglio Vittorio Sgarbi, che è uno figo, un sporcaccione, dice le parolacce, fa risse, e poi anche lui è sempre in televisione.

Ecco, Andy Warhol aveva compreso molto bene questo meccanismo: magari era anche un bravo artista, ma aveva capito che quello non bastava, o forse nemmeno serviva. Warhol era soprattutto un bravo ruffiano, un puttaniere dell’attenzione. Si circondava di celebrità e star, e il suo studio divenne un punto di attrazione per quel cielo di stelle di plastica che è la celebrità americana.

Torniamo al quadro: perchè proprio del cibo in scatola? Pensateci bene: il cibo in scatola è dozzinale, ma costa poco, perchè è stato prodotto in massa, per la massa, sacrificando ogni qualità alle esigenze della grande quantità.

Lo stesso vale per l’arte. Finchè le opere si rivolgono all’individuo, possono e devono essere uniche, preziose e di valore.
Nel suo libro sui misteri mitraici, Cumont nota che all’apice della diffusione geografica del culto di Mitra, le statue che raffiguravano il dio nei suoi templi erano notevolmente più rozze rispetto ai secoli degli inizi. Ma, come nota lo stesso Cumont, ciò è un fatto inevitabile: anche il cristianesimo ha i suoi crocifissi di gesso stampato ed i suoi rosari di plastica. Per accontentare le esigenze di tutti bisogna impiegare meno tempo nella produzione, e ciò va a discapito della qualità.

Quando l’arte si rivolge alle masse, al famigerato “pubblico”, la qualità diventa un fatto quasi negativo: ben più importante è l’immediatezza.

Il pubblico è un mostro famelico, posseduto da una fame vorace ed insaziabile, cosa che a ben vedere riflette un pietoso vuoto interiore. Deve mangiar in continuazione, novità, novità, sempre cose diverse, mai lo stesso, sempre scopiettanti e divertenti. Il pubblico è un mostro famelico, ma la sua bocca è davvero piccola! Non ha tempo per masticare, e le cose che mangia devono essere già pronte, quasi premasticate, come la zuppa Campbell.

Bach, Schubert o Dvorak sono bocconi troppo grossi per il pubblico: bisogna avvicinarli e studiarli, curarli, assimilarli, ascoltarli e riascoltarli mille volte prima di comprenderli. No, il pubblico vuole la pappa pronta. Canzoncine che siano piacevoli già al primo ascolto: Lady Gaga, Rihanna, Bruno Mars. Se è banale tanto meglio: è più facile, resta in mente subito, vende di più. Stuferà presto, ma non c’è da preoccuparsi, perchè la catena di produzione ha già pronti nuovi articoli da sottoporre alla fame cieca del pubblico, ed è meglio così, perchè un ricambio veloce procura maggiori entrate al mercato.

Il mercato! Una catena di montaggio per rimpinzare questo famoso “pubblico” con snack ipercalorici, piatti inscatolati in fabbrica, cibo spazzatura: allo stesso modo si ingrassano i maiali destinati al macello. Non filosofi ma macchiette, non scrittori ma calciatori che hanno scritto un libro, non artisti ma celebrità che prendono in mano i pennelli nel weekend. Se qualcuno mostra d’avere un minimo di complessità in più, il pubblico non lo vuole, perchè è troppo difficile, noioso. Non di uomini veri c’è bisogno, ma di personaggi.

Una catena di montaggio, una fabbrica: non a caso il famoso studio di Warhol si chiamava “The Factory”!

Non so voi, ma alla zuppa in scatola io preferisco una bella bistecca alla fiorentina: c’è più da masticare, certo, ma ne vale la pena.

38. Aveva un cuore! di Enrique Simonet Lombardo

Enrique Simonet Lombardo - Anatomía del corazón; ¡Y tenía corazón!; La autopsiaQuesto quadro del pittore spagnolo Enrique Simonet Lombardo ha ben tre titoli: “Anatomía del corazón; ¡Y tenía corazón!; La autopsia”.

Blaise Pascal ebbe a dire “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce“. Come può una fredda mente scientifica capire il sentimento? Ed anche l’amore non è forse cieco, proprio perchè non può capire che sè stesso?

Che possibilità di comprensione reciproca ci sono fra i due poli dell’esistenza simboleggiati dal maschile e dal femminile? Può esserci un contatto che non sia anche conflitto e distruzione reciproca?

37. Tre cupole

La cupola di un tempio è un simbolo del cielo.

In quanto cielo è un cerchio. Ma come il cielo poggia sulla terra, così il cerchio è sostenuto da quattro angoli: quattro pilastri, quattro punti cardinali.

Facciamo un piccolo viaggio senza parole fra religioni e culture, iniziando dal Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna:

cupola ravennaPoi fermiamoci a Praga, nella Sinagoga Spagnola:

Praga, cupola della sinagoga spagnolaEd infine arriviamo ad Istanbul, nella Moschea Blu:

Istanbul, cupola della Moschea bluDiamo il giusto peso alle somiglianze, ma non dimentichiamo le differenze! La mano che crea il tempio è sempre umana, e per forza di cose lo scheletro archetipico alla base sarà sempre lo stesso. Ma la differenza culturale sa donare una propria identità ed importanza ad ognuna di queste varianti, che altrimenti sarebbero soltanto l’ennesima ripetizione di uno stesso modello.

Le discrepanze fra le varie religioni e culture sono state origine o pretesto di guerre ed incomprensioni. Ma sarebbe sbagliato cancellarle in nome di una uniformità comune a tutti gli uomini: ne verrebbe fuori un’espressione insulsa ed insipida, perchè la differenza che separa ogni uomo dagli altri è come la spezia che impreziosisce un piatto. Anzi, è proprio tramite l’accettazione della propria diversità ed essenza individuale che dobbiamo passare se vogliamo comprendere gli altri senza equivoci o prevaricazioni.

36. Henri de Toulouse-Lautrec, decadenza e fuga dalla realtà

Una delle parole chiave nell’Europa del XIX secolo è stata “decadenza”. Un termine spesso abusato, ripetuto talmente tante volte da renderlo noioso e fuori moda, tant’è che alla fine si è passati ad insistere su altre parole e ad altri concetti.
Ma il nodo non si scioglie da solo, e rimane lì, anche se non lo guardiamo! Cova come una brace sotto la cenere, e anche se sembra inoffensivo, forse sta solo dormendo, e quando si risveglierà tornerà ad essere un incendio distruttivo.

L’idea di base sottostante al concetto di decadenza presupponeva una corrispondenza simbolica fra individuo, società e natura. Ad ammalarsi non erano solo le singole persone, o la morale di una nazione, non era soltanto una perdita di valori circoscritta a sè stessa: no, a deperire inesorabilmente era qualcosa alla radice di tutti questi fenomeni, ed i mali osservabili erano soltanto i sintomi di un malessere ben più profondo ed irraggiungibile.

La ferita più dolorosa si ha proprio lì dove un tempo brillavano più luminosi le luci dello spirito, della forza e della natura. Le sorgenti sacre sono state inquinate dalle fogne delle città, e gli uomini non coltivano più la terra, rendendola feconda col sudore della loro fronte, ma perdono la loro salute nelle miniere o nelle catene di montaggio delle fabbriche.
L’aristocrazia un tempo era stata il sogno dell’umanità: i più sani, puri, e forti fra gli uomini venivano posti al servizio degli altri, al tempo stesso una protezione ed una guida.
Ma è proprio nell’aristocrazia che la decadenza si è palesata con l’ironia più crudele di cui è capace.

La nobiltà si rivela alla fine soltanto un sogno, bello ma irrealizzabile: troppo facilmente la superbia e l’avidità si infiltrano nel cuore dell’uomo, e specialmente l’uomo al comando diventa una vittima inerme di fronte alle loro lusinghe.
Le risorse che erano state date al condottiero d’uomini per servire il suo popolo divengono una tentazione fine a sè stessa, ed il ruolo dell’aristocratico diventa soltanto nominale, una bugia per salvare la faccia.
Ma c’è davvero una correlazione fra salute fisica, psichica e morale?

Henri de Toulouse-Lautrec apparteneva ad una famiglia nobile, ma nacque in un corpo malato e debole, che non crebbe mai completamente. E’ difficile dire se fosse solo uno scherzo del destino, o il risultato di un sangue di famiglia ormai stanco e malato.

Henri de Toulouse-Lautrec
Certo, il fisico di Toulouse-Lautrec è già un primo aspetto della decadenza, ma è un aspetto secondario, perchè soltanto esteriore.
Dietro le apparenze del nanismo, in Toulouse-Lautrec si celava infatti uno straordinario talento pittorico; che importanza ha l’aspetto del forziere, in confronto al valore del tesoro che racchiude?

Henri de Toulouse-Lautrec - La carrozza della posta di Nizza

Henri de Toulouse-Lautrec – La carrozza della posta di Nizza

Ecco però che entra in scena un altro aspetto della decadenza, ben più grave e deprecabile: l’incapacità delle persone di comprendere il valore interno, fermandosi invece all’esteriorità più banale.
A che poteva importare, alla gente, della bravura di Toulouse-Lautrec? Per loro era soltanto uno storpio, un nanetto, da emarginare e prendere in giro!
A volerlo, ci sarebbe una sottigliezza psicologica su cui si potrebbe speculare: era veramente la gente ad esser crudele con lui, o era lo stesso Henri a porsi nella posizione di emarginato, come una reazione interna ad una propria insicurezza?

Il terzo, fatale movimento della decadenza è esemplificato proprio da questa reazione del pittore a quel sentimento di ostracismo subìto a causa del suo aspetto. Un tempo la forza d’animo avrebbe trovato un modo di reagire – magari ribadendo a gran voce il proprio valore intrinseco, oppure anche con il semplice sdegno aristocratico.
Ma non c’è più aristocrazia, non c’è più forza, solo debolezza: non c’è possibilità di riscatto, resta soltanto la fuga.
E’ proprio una tragica e vana fuga quella in cui ricadde Toulouse-Lautrec: alcolici e sesso a pagamento, la scappatoia più antica che l’uomo conosca.

Henri de Toulouse-Lautrec - La toilette

Henri de Toulouse-Lautrec – La toilette

Henri de Toulouse-Lautrec - A La Mie

Henri de Toulouse-Lautrec – A La Mie

Da un punto di vista egoistico, ciò per noi è stato un bene: Toulouse-Lautrec ci ha lasciato moltissime opere in cui compare una Parigi putrida e decadente, e nei suoi quadri troviamo una testimonianza lucida e cruda di una realtà che altrimenti forse ci sarebbe sfuggita, inghiottita dal flusso della storia, che tende a ricordare soltanto le cose grandiose e solari.

Henri de Toulouse-Lautrec - Una stanzetta privata al Rat Mort

Henri de Toulouse-Lautrec – Una stanzetta privata al Rat Mort

Henri de Toulouse-Lautrec - Il sofà

Henri de Toulouse-Lautrec – Il sofà

Una discreta fetta della produzione artistica di Toulouse-Lautrec ruota intorno al celebre locale del Moulin Rouge. Toulouse-Lautrec realizzò locandine e poster per il locale, ma anche molti quadri in cui vengono ritratti le ballerine e gli avventori, senza abbellimenti di sorta ma in una maniera cruda e quasi cinica.

Henri de Toulouse-Lautrec - Al Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec – Al Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec - Un inglese al Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec – Un inglese al Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec - Manifesto per il Moulin Rouge - La Goulue

Henri de Toulouse-Lautrec – Manifesto per il Moulin Rouge – La Goulue

Henri de Toulouse-Lautrec - La Goloue con sua sorella
Henri de Toulouse-Lautrec - Manifesto per il Moulin Rouge - Jane Avril

Henri de Toulouse-Lautrec – Manifesto per il Moulin Rouge – Jane Avril

Henri de Toulouse-Lautrec - Jane Avril mentre torna dal Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec – Jane Avril mentre torna dal Moulin Rouge

La memoria storica, dicevamo, è spesso un ricordo parziale e distorto. Se pensiamo al Moulin Rouge, ci vengono in mente luci, musica, belle ragazze e allegria sfrenata; ma anche questa era una fuga nelle apparenze, per fuggire un sordido vuoto interiore.
Che importanza ha l’aspetto bello e piacevole del forziere, se al suo interno si cela un veleno bieco e misero? Dietro le luci e la musica si cela lo spettro dell’antica scappatoia umana: alcolismo e sesso a pagamento.

E’ inutile fare facile moralismi: quando non c’è più la forza per affrontare la vita, cos’altro resta se non arrendersi?

E poi ancora è facile giudicare il passato; non sarebbe meglio guardare prima noi stessi?

I capi che guidano i popoli al giorno d’oggi sono forse puri e forti? O sono a loro volta schiavi delle loro stesse avidità più basse?

66961-263x300

La decadenza non è un fantasma del passato, ma una brace sopita sotto la cenere: forse si è risvegliata già da anni, e noi non vogliamo rendercene conto, non possiamo affrontarla, perchè ne siamo già preda, e non ne abbiamo più la forza.
Si parla di crisi: tutto sommato “crisi” è una parola piacevole, perchè presuppone una fase negativa, ma pur sempre passeggera: un momento nero ma fugace, una brutta tempesta che però prima o poi si calmerà.
Certo, le crisi economiche si infiammano e passano: ricordano la febbre quartana della malaria, che esplode ogni quattro giorni e poi sembra svanire. Ma anche quando non si esprime, il morbo rimane!

Forse la verità è al tempo stesso meno spettacolare e più grave: non si tratta di una crisi repentina e fugace, ma di un processo lungo e ricorrente, i sussulti di un’agonia lunga secoli.
Riusciremo a trovare una soluzione che non sia la solita, vecchia via di fuga?

video-top-ten-ragazze-ubriache alcohol-drugs-girl-hot-martini-Favim.com-190367_large nightclub