47. L’originalità e l’arte – parte seconda

Bikaner è una città del Rajasthan, dove ogni gennaio si tiene un festival dedicato ai cammelli, con gare, competizioni e persino danze di cammelli.
Una delle competizioni più spettacolari riguarda una particolare forma di tosatura dei cammelli, che vengono letteralmente decorati con dei splendidi motivi ornamentali, in nulla diversi da quelli che potremmo ritrovare in un tempio millenario.

Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner Festival dei cammelli di Bikaner

La ripetizione tiene viva l’immagine: ciò non significa che essa debba restare immobile e sempre uguale a sè stessa. Come nel gioco del telefono senza fili, alcuni dettagli si perdono, altri cambiano e nuovi ne nascono. Ciò che sembra immobile dal limitato punto di vista umano, è invece una crescita rigogliosa se vista con l’occhio della storia e dei secoli. Pensate a come cresce una bolla di sapone sotto il soffio d’un bimbo che gioca; e come invece cresca diversamente una grande sequoia!

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46. L’originalità e l’arte – parte prima

Uno dei comandamenti impliciti dell’arte odierna è l’assoluta necessità che l’opera sia originale ed innovativa.

Se si crea ispirandosi a qualche altro autore, si corre il forte rischio di veder etichettata la propria opera come “derivativa”; e l’accusa di plagio è sanzionata con un ostracismo che non ammette repliche.
Non voglio certo dire che l’originalità sia un male: essa è il motore dell’innovazione, e seza di questa saremmo ancora fermi a ripetere da secoli sempre le stesse, identiche cose. Ma non dev’essere neanche una regola obbligatoria.
Il diktat dell’originalità preclude l’esercizio dell’arte a chi non ha idee originali. Il presupposto odierno vuole che l’arte debba per forza avere un pubblico, e il pubblico vuole esser divertito, stupefatto, sconcertato – come un bimbo che si annoia per i troppi vizi.
Ma l’arte può essere anche un gesto per sè stessi, un rituale che si compie a proprio esclusivo beneficio. Può essere una forma di terapia, per dare sfogo a demoni che altrimenti ci rimarrebbero dentro, a roderci l’anima; o anche solo per riordinare le idee ed i sentimenti che compongono il nostro essere. L’arte in tal senso può essere anche un modo per conoscersi, per indagare le regioni nascoste del proprio spirito: e che importa, a questo fine, l’originalità?
Prendiamo ad esempio uno dei soggetti più inflazionato di sempre: il fiore reciso posto dentro un vaso.

Jan van Huysum - Malve ed altri fiori in un vaso

Jan van Huysum – Malve ed altri fiori in un vaso

Il fatto che tale immagini continui a riproporsi non comporta una monotona ripetizione: significa al contrario che l’immagine palesa un simbolo vivo e potente, che non ha ancora esaurito la gamma di significati che può potenzialmente esprimere.

Se una persona sente il bisogno di disegnare per l’ennesima volta un fiore dentro un vaso, non sarebbe un peccato se dovesse rinunciare, per il timore d’esser poco originale?

Il vaso è la materia inanimata, e il fiore è la vita.

Monastero franciscano di Pola - portale di ingresso

Monastero franciscano di Pola – portale di ingresso

Il vaso è l’umanità, e il fiore è Dio che si incarna nell’uomo.

Simone Martini - L'Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita (particolare)

Simone Martini – L’Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita (particolare)

Il vaso è l’inconscio, ed il fiore è l’intuizione.

Benjamin Vierling - Sacred Heart

Benjamin Vierling – Sacred Heart

Solo dopo una simile ricerca interiore sarà possibile una vera originalità. L’innovazione è connaturata alla vita del simbolo: una predisposizione associativa fissa che però si riveste sempre di nuovi contenuti.
Senza una simile base, ogni tentativo di rinnovamento è destinato a naufragare, divenendo mera stravaganza.

Joan Miro - Paesaggio con coniglio e fiori

Joan Miro – Paesaggio con coniglio e fiori

37. Tre cupole

La cupola di un tempio è un simbolo del cielo.

In quanto cielo è un cerchio. Ma come il cielo poggia sulla terra, così il cerchio è sostenuto da quattro angoli: quattro pilastri, quattro punti cardinali.

Facciamo un piccolo viaggio senza parole fra religioni e culture, iniziando dal Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna:

cupola ravennaPoi fermiamoci a Praga, nella Sinagoga Spagnola:

Praga, cupola della sinagoga spagnolaEd infine arriviamo ad Istanbul, nella Moschea Blu:

Istanbul, cupola della Moschea bluDiamo il giusto peso alle somiglianze, ma non dimentichiamo le differenze! La mano che crea il tempio è sempre umana, e per forza di cose lo scheletro archetipico alla base sarà sempre lo stesso. Ma la differenza culturale sa donare una propria identità ed importanza ad ognuna di queste varianti, che altrimenti sarebbero soltanto l’ennesima ripetizione di uno stesso modello.

Le discrepanze fra le varie religioni e culture sono state origine o pretesto di guerre ed incomprensioni. Ma sarebbe sbagliato cancellarle in nome di una uniformità comune a tutti gli uomini: ne verrebbe fuori un’espressione insulsa ed insipida, perchè la differenza che separa ogni uomo dagli altri è come la spezia che impreziosisce un piatto. Anzi, è proprio tramite l’accettazione della propria diversità ed essenza individuale che dobbiamo passare se vogliamo comprendere gli altri senza equivoci o prevaricazioni.

30. La testa mozzata

La decapitazione è un simbolo potente, che ricorre con varie accezioni tanto nell’arte che nella religione e la storia.

Come ogni simbolo, i significati rivestiti possono essere i più disparati e diversi. Il più immediato è proprio la separazione fra corpo e testa: in essa si intravede il distacco dalla materia dello spirito. E’ in questo senso che va inteso il senso nascosto del martirio per decapitazione di molti martiri cristiani, a partire da San Paolo:

Il pittore spagnolo Enrique Simonet ha circondato la testa d’un alone luminoso: un richiamo alla classica aureola dell’iconografia dei santi, che al tempo stesso ha l’effetto di far risalatare meglio l’imortante dettaglio della testa, che altrimenti si confonderebbe con lo sfondo. Ma la luminosità della testa sta proprio a significarne l’importanza: idea e spirito che rimane forza viva anche dopo la morte, mentre il corpo al contrario si accascia a terra, carne morta. D’altronde è innegabile che la dottrina di San Paolo abbia plasmato per secoli e millenni la storia d’Europa – e forse continua ad agire tutt’ora!

Ma non è certo solo San Paolo l’unico martire cristiano ad esser stato decollato:

Beato Angelico - La decapitazione dei santi Cosma e DamianoIl dipinto del Beato Angelico raffigura la decapitazione dei santi Cosma e Damiano. La radice di tale esecuzione però non è certo cristiana; probabilmente la pratica di tagliare la testa è nata subito dopo l’invenzione della prima lama!

La stessa predicazione del Cristo è stata preceduta da una celeberrima decapitazione, che pose fine alla vita di Giovanni il battista.

Andrea Solario - Testa del BattistaAndrea Solario ha dipinto la testa di Giovanni il battista su un piatto in argento. Fu la bella Salomè che chiese ed ottenne la testa del battista come ricompensa per una sensuale ed irresistibile danza dei sette veli.

Tiziano ce la dipinge in maniera quasi casta, mentre tiene in braccio con espressione candida ed ingenua il suo crudele premio:

Tiziano - Salomè

Gustave Moureau, che fu ossessionato dalla sua figura, ce la mostra più crudemente, mentre esegue la sua famosa danza:

Gustave Moreau - SaloméDelle due versioni, forse la più spaventosa è quella di Tiziano: la crueltà è tanto più terrificante quando è mescolata all’innocenza!

Ma già l’antico testamento riporta casi di decapitazione talmente esemplari da esser diventati delle vere e proprie icone della nostra cultura. Caravaggio ritrae senza mezzi termini Giuditta che taglia la testa ad Oloferne; l’eroina ha un’espressione priva della minima traccia di compassione, mentre il condottiero muore con una smorfia spaventata e sorpresa. A guardare i volti, si direbbe quasi che Caravaggio parteggi per Oloferne!

Non è un caso che dietro entrambe le decapitazioni ci sia una figura femminile. Qui sta l’altro, importante significato del simbolo, che fa da contraltare terrestre all’altra spiegazione più celeste: la decapitazione è infatti un pietoso eufemismo per accennare al penoso mistero dell’evirazione.

Già Franz Von Stuck dipinse in tal senso la scena di Giuditta e Oloferne:

Franz von Stuck - JudithMa è Gustav Klimt che spingerà al limite questa dinamica, dipingendo una Giuditta peccaminosa e sprezzante, mentre la testa è ormai relegata in un angolo, mezza tagliata fuori dal quadro:

Gustav Klimt - Judith IKlimt era ben cosciente che Giuditta e Salomè sono due lati della stessa donna!

Lo stesso Moreau comprese bene quell’intricato nodo di sesso, maternità, infantilismo e colpa che si cela dietro questo simbolo. Nel suo quadro “L’apparizione”, la testa di Giovanni il battista si alza e si para davanti alla donna, seguendo le regole rappresentative degli incubi, come una memoria che torna a fronteggiare ossessivamente il colpevole.

Gustave Moureau - L'apparizioneEppure nel volto della “colpevole” non c’è traccia di pentimento alcuno!

I simboli hanno una loro vita propria. Possono sembrare dimenticati, morti definitivamente, ma in realtà stanno semplicemente attendendo il momento del loro ritorno, come braci sotto la cenere.

C’è un altra occorrenza storica, in cui la decapitazione è tornata prepotentemente sulla scena, ed è la rivoluzione francese con la sua ghigliottina.

Emile Friant - La pena di morteIl quadro, di Emile Friant, si intitola “La pena di morte”, ed è stato realizzato nel 1908, quando ormai la società francese aveva già deciso di escludere dal proprio ordinamento la pena di morte. Ma sappiamo che prima di tramontare, il fuoco di tale cruda usanza aveva raggiunto vigori inimmaginabili!

In questo caso il simbolo del distacco della testa si veste di un altro significato ancora: la testa è l’aristocrazia, che finora ha guidato il popolo così come la mente comanda al corpo. Anche il nostro corpo può ribellarsi, se la nostra volontà esige troppo da lui: l’idea che la volontà sia onnipotente non è che una speranzosa illusione. Provate voi a voler digiunare per mesi, o a trattenere il respiro per ore, o a correre senza sosta per giorni, e vedrete quanto poco la volontà può averla vinta contro il corpo!

In questo caso il protagonista del distacco non è la testa, ma il corpo. Eppure in entrambi i casi si tende a dimenticarsi di un particolare fondamentale: la conseguenza diretta della decapitazione è la morte. Non c’è vita se la testa rimane senza corpo, e non c’è vita nemmeno se è il corpo a rimanere senza testa!

12. Il vaso, la croce e i due pavoni

L’altra estate, passando per la città di Parenzo, in Croazia, ci siamo fermati a vedere la Basilica Eufrasiana, una magnifica chiesa del VI secolo.

Fra i tanti piccoli tesori contenuti al suo interno, c’erano i resti di una lapide raffiguarante due pavoni ai fianchi di una croce:

Pavoni di Parenzo

Poi, mesi dopo, passeggiando per Venezia, mi è capitato di imbattermi in questa formella in stile bizantino, proprio sul fianco della basilica di San Marco:

Pavoni di Venezia

E’ abbastanza probabile che fra le due immagini corra un vincolo di parentela; ma quale delle due viene prima? Non stiamo parlando della realizzazione, dell’effettiva data di scultura: nei secoli passati non esistivano diritti d’autore, e un’immagine poteva avere più copie nate da diversi autori, anche sparse nel corso di centinaia di anni. Ma quale delle due raffigurazioni, nel senso proprio dell’idea stessa della composizione, è venuta per prima alla luce? Quella con la croce, o quella con il vaso?

Viene abbastanza spontaneo pensare che il tipo originario sia l’immagine con i pavoni attorno al vaso, e che l’altra sia un’appropriazione indebita da parte della Chiesa, che ha “rubato” e fatto sua un’immagine di successo preesistente.

Cercando un po’ in giro si trovano ancora altre varianti della composizione.

Un fregio su una fontana Kırkçeşme di Istanbul, vicino all’acquedotto di Valente:Pavoni di Istanbul

I due pavoni attorno ad una pigna, nel “Cortile della pigna” a Roma:Pavoni di RomaPoi ci sono le varianti cristiane; in un altare della basilica di Sant’Apollinare nuovo, a Ravenna, troviamo i due pavoni attorno ad un vaso, da cui oltre alla pianta sorge anche il monogramma del Cristo:

Pavoni di RavennaLa basilica di Sant’Apollinare Nuovo risale al VI secolo, come quella di Parenzo. E’ molto probabile che anche nella scultura di Parenzo ci sia stato un vaso, nella parte andata perduta della lapide.

Andando avanti nel tempo arriviamo a Pavia. Nel museo della città sono conservati i cosidetti Plutei di Teodoto, risalenti all’VIII secolo. Uno dei due rappresenta proprio i nostri pavoni; ma il vaso con la pianta è diventato il calice dell’eucaristia, e oltre alla croce non ci sono più rami verdeggianti.

Pavoni di PaviaDa un lato può essere corretto dire che la Chiesa si è impadronita di un’immagine preesistente, modificandola secondo le sue idee; però bisogna anche dire che un immagine non è di proprietà di nessuno, e quindi non ha nemmeno senso parlare di “rubare” o “fare proprio”.

L’immagine ha una sua vita propria, e come ogni cosa viva cresce e cambia, seguendo le fasi di un evoluzione, in continuo movimento. Agli occhi di una società cristiana, il vaso non poteva che diventare la Vergine Maria, che ha accolto nel suo grembo lo spirito di Dio: vas spiritualis, vas onorabilis, vas insignae devotionis. In molte annunciazioni vicino alla Madonna e all’angelo Gabriele è raffigurato un vaso con una pianta fiorita, come in questo particolare dell’Annunciazione di Simone Martini:

Simone Martini - Annunciazione

La leggenda vuole che per sorteggiare lo sposo della Vergine Maria, i sacerdoti del tempio abbiano disposto che ogni uomo in età da marito si presentasse con in mano una verga secca; il possessore di quella che fosse fiorita sarebbe divenuto lo sposo di Maria. Il fiore nel vaso è proprio quello; è inutile star a sottolineare il sottointeso sessuale di una verga che fiorisce e si infila in un vaso. E’ molto più poetico lasciare la parola alla poesia dei simboli; e poi, come abbiamo già visto qui, la mistica e la sessualità sono due lati d’una medesima cosa.

Il vaso poi diventa anche il calice che contiene il sangue di Cristo, e per estensione anche il cuore del credente, che deve ricevere in sè lo Spirito Santo – si pensi ad esempio all’espressione “Vas electionis”, riservata a San Paolo.

Questa breve divagazione ci serve a capire una cosa: una stessa immagine, come può esserlo la pianta che spunta dal vaso, può avere più significati a seconda della cultura che la interpreta. Ma ciò può voler dire anche che per una futura cultura il significato dell’immagine andrà perduto. In fin dei conti vale lo stesso anche per noi: possiamo capire il significato del vaso, ma cosa significano i pavoni? Sempre nell’ottica cristiana, potrebbero essere il simbolo dello spirito; un’altra interpretazione li vuole simbolo della resurrezione di Cristo, perchè si credeva che perdessero le piume in autunno e le facessero ricrescere in primavera. Ma entrambe le spiegazioni cozzano col fatto che i pavoni sono due!

Anche le altre spiegazioni del simbolo del pavone non sono più convincenti: la ruota del pavone può significare pienezza, o vanità, o anche essere un simbolo solare, ma nessuno di questi elementi illumina il significato della composizione, tanto più che i nostri pavoni hanno anche la coda chiusa.

Ciò nonostante l’immagine continua ad essere ancora viva; la ritroviamo ad esempio negli Stati Uniti, nella cattedrale di Saint Peter a Belleville, nell’Illinois.

Pavoni dell'IllinoisE’ notevole che a sparire non sia stato il dettaglio dei pavoni, quanto quello del vaso da cui sorge la croce. E forse proprio qui sta la chiave per capire l’immagine: la vitalità della composizione non sta tanto nel significato che le si attribuisce, quanto nella forza visiva dell’iconografia.

Se l’immagine dei pavoni contrapposti attorno a qualcosa ha durato tanti secoli, è perchè è bella da vedere, è piacevole, colpisce l’immaginazione. L’interpretazione viene dopo, è un passo successivo, forse anche non essenziale. Senza dubbio il realizzatore di questa versione moderna si è ispirato all’immagine classica; la forma della croce, che ricorda il monogramma di Cristo, ricorda un’altra composizione su un sarcofago, conservato anch’esso all’interno della chiesa di Sant’Apollinare Nuovo:

Pavoni sul sarcofago

Ma chissà se l’autore moderno era al corrente del significato di che cosa stava copiando! Ad ogni modo, sono sicuro che nessuno dei fedeli che frequentano la chiesa di Belleville saprebbe dire quale sia il significato di quei due pavoni!

Forse verrà in futuro una nuova cultura, o una nuova religione, che saprà dare un nuovo significato ai due padroni. Magari al posto della croce ci sarà un’altro segno, chissà. In tal caso gli storici più critici penseranno senza dubbio ad un furto dell’immagine; ma si tratterà piuttosto di un nuovo stadio della stessa, un nuovo significato di un’immagine sempre viva nel corso dei secoli. Se in un futuro i pavoni acquisiranno un nuovo significato, si potrebbe anche dire che quella sarà una nuova interpretazione imposta forzatamente; ma forse sarebbe più giusto dire che quello era un significato latente, e che solo allora sarà giunto il momento per quel senso di manifestarsi. Allo stesso modo, anche nel vaso con la pianta era nascosta la croce, così come un fiore è nascosto nel germoglio di marzo; ma doveva ancora giungere il pieno della primavera perchè il fiore si manifesti.

Ad ogni stadio viene la tentazione di credere che la fase corrente sia la più importante: agli occhi di un cristiano, l’interpretazione cristiana è quella vera, non una fra le tante possibili ma la sola e unica. In primavera viene la tentazione di dire che il fiore è lo scopo finale della pianta; ma in estate ci si accorge che il fiore era uno stadio preparatorio per dar alla luce il frutto. E neanche il frutto, in in dei conti, è lo scopo, il significato vero della pianta; anzi, a ben vedere un concetto simile non ha nemmeno senso. Ma ciò non toglie certo che i fiori siano belli da vedere, e i frutti dolci da gustare.