48. La pin-up ed il tappeto d’orso, di Gil Elvgren

Un tempo fra l’orso e la ragazza vi fu amore e reciproca comprensione: allora l’orso non appariva più come feroce e spaventoso, ma come un uomo coraggioso, la cui forza non era aggressione ma protezione.

Ma poi qualcosa andò storto: la donna prese il sopravvento, e sfruttò l’amore dell’orso per averlo in suo potere, mettendolo letteralmente sotto i suoi tacchi: non come una belva forte e rispettabile, ma come un misero tappeto, poco più d’uno zerbino.

E’ dunque questo il trionfo della donna? No, in un certo senso questa vittoria fu anche la sua condanna.

Gillette A. Elvgren fu un noto illustratore pubblicitario, specializzato nel ritrarre pin-up, ovvero ragazze avvenenti e discinte, che posano mostrando d’esser molto disponibili, ma col misero secondo fine di pubblicizzare un prodotto commerciale.

In una delle sue illustrazioni ritroviamo l’orso e la ragazza: anche lei ora è seduta a terra, anche lei è in qualche modo asservita.

Gil Elvgren - pin-up

Il suo corpo, quel meraviglioso oggetto di desiderio con cui aveva incatenato l’orso, è diventato un espediente pubblicitario, uno specchietto per le allodole. Il suo sguardo è vacuo, come se all’interno non vi fosse più un’animo.

Quello stesso fascino che prometteva di liberarla l’ha fatta schiava, l’ha mutata in uno dei tanti meccanismi di quella tremenda macchina chiamata “mercato”. Una macchina tanto inumana nella sua spietatezza, quanto umana nelle sue radici – avidità e ingordigia.

Ci saranno senza dubbio coloro capaci di vedere nelle pin-up una dimostrazione di emancipazione per le donne, una presa di coscienza di sè ed un conseguente consolidamento del potere del femminile.

Non so se dietro queste idee ci sia una maliziosa faccia tosta, o semplice sprovvedutezza. Io dietro la bella facciata delle gambe scosciate e delle idee di “libertà” e “indipendenza”, riesco ad intravvedere soltanto le catene del consumismo e della sua profetessa, la pubblicità.

E può esserci un asservimento più misero?

44. Un incubo di Zdzisław Beksiński

Zdzisław BeksińskiNessuno dei quadri del pittore polacco Zdzisław Beksiński ha un titolo. L’artista non si intratteneva mai nemmeno a parlare dei suoi quadri, ed evitava di rispondere alle domande sul significato delle sue opere.

L’atto stesso di creare implica l’esternazione di un contenuto interno, che sia una forza o un sentimento, un incubo o un bel ricordo. Nonostante tutte le sue opere siano particolarmente oscure e spaventose, Beksiński è ricordato come un uomo solare e piacevole, sempre pronto a scherzare.

C’è da chiedersi come quest’uomo sarebbe stato diverso se non avesse avuto nell’arte un modo per tirarsi fuori dall’anima tutti quei demoni!

42. Le illustrazioni fiabesche di Johan Fabricius

L’animo umano è irresistibilmente attratto dal mistero. Finchè una cosa rimane sconosciuta non si dà pace: esplora, ragiona, investiga ed esperimenta, fermandosi soltanto quando ormai non c’è più niente da scoprire.

Che delusione, allora! Una volta conosciuto, il mistero si perde, e con esso svanisce ogni fascino che ammaliava così ardentemente il nostro spirito.

Johan Fabricius

Johan Fabricius era uno scrittore, specializzato in letteratura fiabesca per i bambini. Quelle che qui vi ripropongo sono alcune illustrazioni dei racconti della serie “De wondere avonturen van Arretje Nof”, del 1928; non ho trovato il testo in italiano o inglese, e l’olandese ,lo ammetto, davvero non lo capisco.

Johan Fabricius

Ma proprio per questo le immagini risultano ancora più godibili: così avvolte dal mistero, cessano di essere un semplice corredo didascalico ad una storia, e si ampliano fino a diventare una cornice in cui la nostra fantasia può ricamare liberamente.

Johan Fabricius

Johan Fabricius

27. Notte d’inverno, di Alphonse Mucha

Mucha è celebre per le sue elegantissime e raffinate illustrazioni in stile art nouveau. La sua opera tuttavia non si è limitata solo in questo particolare ambito: identificare l’artista in un modo così ristretto vorrebbe dire fare un torto alla sua versatilità.

Vi propongo dunque un suo quadro in cui invece delle sue consuete linee curve vi sono pennellate che assumono un tratto quasi spigoloso, ed i colori non sono i soliti, acquerellati e dai toni pastello, ma si fanno scuri e creano contrasti stridenti.
Come la maggiorparte dei quadri di Mucha, anche questo ritrae una donna. Ma non è la classica bellezza primaverile il soggetto del quadro, quanto la dura lotta dell’esistenza, che sa farsi anche asprezza e dolore.

Ma non c’è forse una bellezza anche nelle fredde notti d’inverno?

Alphonse Mucha - Notte d'inverno

20. La strega Baba Jaga di Ivan Jakovlevič Bilibin

Come ogni simbolo, anche l’archetipo femminile riunisce in sè le due polarità opposte dell’esistenza: è la sorgente della vita, ma anche l’immagine della morte stessa, è tanto bellezza quanto orrore, delicata dolcezza e gretta meschinità.

Favorire il lato positivo e negare esistenza a quello più oscuro vorrebbe dire fare un torto al simbolo, e precludersi l’accesso ad un importante aspetto della nostra realtà.

Ivan Bilibin - Baba JagaL’illustrazione è stata disegnata dal pittore russo Ivan Bilibin come decorazione della fiaba “Vassilissa la bella”, ma si potrebbe inserirla tranquillamente in migliaia di altre fiabe, come matrigna, strega, o regina cattiva…

Il volto oscuro dell’archetipo femminile trova spesso un fertile campo d’espressione proprio nelle fiabe: sotto la figura della strega si intravedono gli aspetti più terribili della figura materna. La logica umana non accetta di buon grado la sfumatura dei simboli, e solo difficilmente comprende la bipolarità che si annida in essi. E’ così che, per mantenere buona e positiva la figura della madre, si scinde il simbolo in due aspetti, preservando da una parte l’aspetto materno da ogni accezione negativa, e creando al lato opposto l’immagine della strega, vecchia, sciatta, cattiva, brutta e senza amore.

18. Forme d’arte naturali, di Ernst Haekel

Fra i spunti d’ispirazione per l’arte un posto d’onore spetta alla natura: paesaggi, fiori, boschi e animali da sempre hanno suggerito nuove e vecchie idee ai pittori, come delle semplici e rurali muse. Ma con l’avanzamento della scienza ottica, grazie a lenti e a microscopi si è aperto agli occhi umani un nuovo universo, piccolissimo e meraviglioso.

Nel 1904 il naturalista Ernest Haekel diede alle stampe un libro intitolato “Kunstformen der Natur”, Forme d’arte della natura. In esso erano raccolte cento magnifiche stampe disegnate dall’autore stesso, in cui l’enfasi era posta proprio sulla meraviglia estetica che le forme naturali riescono ad esprimere.

Senza dubbio le stampre più belle e allo stesso tempo strane sono quelle dedicate ai gusci silicei dei radiolari. Si tratta di organismi unicellulari marini, racchiusi dentro una teca di silicio: Haekel disegnò proprio queste minuscole teche di silicio, svelando una geometria completamente diversa da quella a cui siamo abituati, più vicina ad un’avveneristica architettura che alla consueta idea di forme naturali.

Queste due incisioni, ad esempio, sono tratte dalla tavola dedicata ai radiolari dell’ordine Stephoidea:

Ernst Haekel - RadiolariaErnst Haekel - RadiolariaQuesti altri, invece, appartengono all’ordine Spumellaria:

Ernst Haekel - RadiolariaErnst Haekel - RadiolariaInfine altri due, appartenenti alla superfamiglia Cyrtoidea:

Ernst Haekel - RadiolariaErnst Haekel - RadiolariaQuest’ultima senza dubbio è la mia preferite fra tutte le illustrazioni del libro. La sua forma mi ricorda le descrizioni delle città che lo scrittore americano Lovecraft vedeva nel corso dei suoi sogni: alti minareti e torri con cupole magnifiche, non costruite dalla mano dell’uomo, ma da un’intelligenza ad egli estranea ed infinitamente più antica di lui, un architettura diversa, inumana, terribile e magnifica.

14. L’orso e la ragazza

Theodor Kittelsen - Valemon, il re degli orsiValemon è il protagonista di una bellisima fiaba norvegese, raccontata da Peter Christen Asbjørnsen. E’ un nobile principe, ma è anche un orso; è vittima di un sortilegio, e solo l’amore della giovane principessa potrà salvarlo.

La principessa sognò una ghirlanda d’oro, e il re suo padre volle realizzarla per lei; ma nessuno degli orafi del regno fu in grado di crearne una simile a quella del sogno. La principessa era molto triste, ma un giorno passeggiando per il bosco vide un orso con una ghirlanda proprio identica a quella che aveva sognato.
L’orso si offrì di darla alla fanciulla, a patto che lei venisse ad abitare con lui; lei accettò sia la ghirlanda che la condizione impostale. Il re però non voleva separarsi dalla figlia, e cercò di chiuderla in casa, facendola proteggere dall’esercito; ma l’orso era fortissimo, e le armate del re non riuscivano a tenergli testa.
Il re provò a consegnare all’orso le due sorelle della principessa, molto più brutte e cattive di lei; ma l’orso non volle saperne finchè non ebbe la sua principessa.
L’orso condusse la ragazza ad un sontuoso castello; lì poteva vivere agiatamente, e non aveva altro compito se non quello di custodire un fuoco, che non avrebbe mai dovuto spegnersi.
Di giorno l’orso era sempre via dal palazzo; ma di notte l’incantesimo si spezzava, e Valemon riprendeva le sue vere sembianze. Era un uomo, e per giunta giovane e molto bello!
Così i due giovani si incontravano la notte, senza mai vedersi in volto, e così trovavano la loro felicità. La cosa andò avanti per tre anni, ma un’ombra sempre più pesante oscurava la vita della principessa: ogni anno ella dava alla luce un figlio, ma il giorno successivo alla nascita veniva l’orso e le portava via il bambino.
La principessa, sempre più afflitta dal dolore, chiese all’orso il permesso di rivedere i genitori, per chieder loro consiglio; l’orso glielo concesse, con il monito di dar retta al padre ma di non ascoltare la madre.

La principessa, ovviamente, fa l’esatto contrario: nonostante il parere contrario del padre, ascolta le parole della madre che, proprio come nella favola di Amore e Psiche raccontata da Apuleio, gli consiglia di illuminare il volto dell’amante, per vedere come cambiava durante la notte.

In Grecia come in Norvegia, la ragazza rimane rapita dal fascino del suo amante; a Psiche cade una goccia d’olio della lucerna, mentre alla nostra principessa cade una goccia di sego della candela. Entrambe ustionano il povero amante, che è costretto di conseguenza ad abbandonare la propria donna.

Valemon infatti svelò alla principessa il segreto che finora non aveva potuto confidarle: egli era sotto gli effetti dell’incantesimo di una trollessa, ed ora che era stato scoperto sarebbe stato costretto ad andare da lei e sposarla.

La favola continua con la descrizione delle peripezie che la ragazza dovrà affrontare per riunirsi all’amato: si tratta di una variante del diffusissimo tema delle tre prove impossibili, che il protagonista riesce a superare solo grazie ad un insperato aiuto magico.

La conclusione della storia, come vuole la tradizione, è a lieto fine: la principessa sposa il suo principe, la maledizione viene spezzata ed anche le tre figlie dei due vengono ritrovate.

L’insegnamento della fiaba è molto bello e profondo. Non è possibile amare solo le parti piacevoli e desiderabili di una persona: un simile amore parziale non può durare. Il vero amore è quello che accetta la persona amata nella sua interezza: tanto il principe di bell’aspetto quanto l’altro lato più rozzo e bestiale.

Come nella fiaba del principe ranocchio, il gesto d’amore completo redime anche la parte meno piacevole: una volta accettati, anche i difetti divengono una parte ineliminabile dell’amato, così come un accordo dissonante può dare vitalità e brio ad una melodia.

Oltre ai parallelismi con la favola di Amore e Psiche, ci sono anche notevoli somiglianze fra la nostra storia e quella d’una diffusissima tipologia di fiabe:
Un uomo incontra una donna uccello che si bagna su un lago; per fare il bagno lei si toglie le ali, e mentre lei è in acqua lui gliele nasconde, così che lei non riesca più a tornare in cielo. Lui si offre quindi di aiutarla, tenendole però segreto il urto. I due alla fine si innamorano e si sposano, ma a causa della madre di lui un giorno la ragazza ritrova le sue ali, e fugge dal marito; solo intraprendendo una serie di prove lui riuscirà a riconquistare l’amore perduto.

E’ notevole che in entrambe le storie spetti alla madre di giocare un ruolo di divisione fra i due amanti.
Il significato è chiaro: per dare inizio ad una nuova familia occorre prima rendersi indipendenti dall’ambito familare d’origine. Finchè si è ancora un figlio o una figlia non si può amare completamente. Non basta essere adulti in senso anagrafico: solo raggiungendo una piena indipendenza psicologica ci si può dedicare all’amore nel senso più completo del termine.

L’illustrazione è di Theodor Kittelsten, anch’egli norvegese, ed è stata realizzata agli inizi dello scorso secolo. I colori pastello ed il gioco di luci rendono meravigliosamente l’atmosfera incantata della fiaba; ma il tocco migliore sta nella caratterizzazione dell’orso, grande, bestiale e forte, bonario ma goffo. La ragazza che siede su di lui è invece esile, dolce, sensibile, debole ma graziosa: i due si completano a vicenda, si armonizzano, hanno bisogno l’uno dell’altra. Se uno dei due finisse per prevalere sull’altro, ne risulterebbe un penoso disequilibrio, pericoloso per entrambi. Ricordate il quadro di Corcos?

Restiamo nel nord dell’Europa, in Svezia: sempre all’inizio del XX secolo l’artista John Bauer illustrò molte fiabe, fra cui una dell’autrice svedese Helena Nyblom, intitolata “Le gloriose avventure della principessa Bella”. Non sono riuscito a trovarne una versione in italiano, ma direi che è molto meglio lasciare la parola all’immagine:

John Bauer - Baciò l'orso sul naso