36. Henri de Toulouse-Lautrec, decadenza e fuga dalla realtà

Una delle parole chiave nell’Europa del XIX secolo è stata “decadenza”. Un termine spesso abusato, ripetuto talmente tante volte da renderlo noioso e fuori moda, tant’è che alla fine si è passati ad insistere su altre parole e ad altri concetti.
Ma il nodo non si scioglie da solo, e rimane lì, anche se non lo guardiamo! Cova come una brace sotto la cenere, e anche se sembra inoffensivo, forse sta solo dormendo, e quando si risveglierà tornerà ad essere un incendio distruttivo.

L’idea di base sottostante al concetto di decadenza presupponeva una corrispondenza simbolica fra individuo, società e natura. Ad ammalarsi non erano solo le singole persone, o la morale di una nazione, non era soltanto una perdita di valori circoscritta a sè stessa: no, a deperire inesorabilmente era qualcosa alla radice di tutti questi fenomeni, ed i mali osservabili erano soltanto i sintomi di un malessere ben più profondo ed irraggiungibile.

La ferita più dolorosa si ha proprio lì dove un tempo brillavano più luminosi le luci dello spirito, della forza e della natura. Le sorgenti sacre sono state inquinate dalle fogne delle città, e gli uomini non coltivano più la terra, rendendola feconda col sudore della loro fronte, ma perdono la loro salute nelle miniere o nelle catene di montaggio delle fabbriche.
L’aristocrazia un tempo era stata il sogno dell’umanità: i più sani, puri, e forti fra gli uomini venivano posti al servizio degli altri, al tempo stesso una protezione ed una guida.
Ma è proprio nell’aristocrazia che la decadenza si è palesata con l’ironia più crudele di cui è capace.

La nobiltà si rivela alla fine soltanto un sogno, bello ma irrealizzabile: troppo facilmente la superbia e l’avidità si infiltrano nel cuore dell’uomo, e specialmente l’uomo al comando diventa una vittima inerme di fronte alle loro lusinghe.
Le risorse che erano state date al condottiero d’uomini per servire il suo popolo divengono una tentazione fine a sè stessa, ed il ruolo dell’aristocratico diventa soltanto nominale, una bugia per salvare la faccia.
Ma c’è davvero una correlazione fra salute fisica, psichica e morale?

Henri de Toulouse-Lautrec apparteneva ad una famiglia nobile, ma nacque in un corpo malato e debole, che non crebbe mai completamente. E’ difficile dire se fosse solo uno scherzo del destino, o il risultato di un sangue di famiglia ormai stanco e malato.

Henri de Toulouse-Lautrec
Certo, il fisico di Toulouse-Lautrec è già un primo aspetto della decadenza, ma è un aspetto secondario, perchè soltanto esteriore.
Dietro le apparenze del nanismo, in Toulouse-Lautrec si celava infatti uno straordinario talento pittorico; che importanza ha l’aspetto del forziere, in confronto al valore del tesoro che racchiude?

Henri de Toulouse-Lautrec - La carrozza della posta di Nizza

Henri de Toulouse-Lautrec – La carrozza della posta di Nizza

Ecco però che entra in scena un altro aspetto della decadenza, ben più grave e deprecabile: l’incapacità delle persone di comprendere il valore interno, fermandosi invece all’esteriorità più banale.
A che poteva importare, alla gente, della bravura di Toulouse-Lautrec? Per loro era soltanto uno storpio, un nanetto, da emarginare e prendere in giro!
A volerlo, ci sarebbe una sottigliezza psicologica su cui si potrebbe speculare: era veramente la gente ad esser crudele con lui, o era lo stesso Henri a porsi nella posizione di emarginato, come una reazione interna ad una propria insicurezza?

Il terzo, fatale movimento della decadenza è esemplificato proprio da questa reazione del pittore a quel sentimento di ostracismo subìto a causa del suo aspetto. Un tempo la forza d’animo avrebbe trovato un modo di reagire – magari ribadendo a gran voce il proprio valore intrinseco, oppure anche con il semplice sdegno aristocratico.
Ma non c’è più aristocrazia, non c’è più forza, solo debolezza: non c’è possibilità di riscatto, resta soltanto la fuga.
E’ proprio una tragica e vana fuga quella in cui ricadde Toulouse-Lautrec: alcolici e sesso a pagamento, la scappatoia più antica che l’uomo conosca.

Henri de Toulouse-Lautrec - La toilette

Henri de Toulouse-Lautrec – La toilette

Henri de Toulouse-Lautrec - A La Mie

Henri de Toulouse-Lautrec – A La Mie

Da un punto di vista egoistico, ciò per noi è stato un bene: Toulouse-Lautrec ci ha lasciato moltissime opere in cui compare una Parigi putrida e decadente, e nei suoi quadri troviamo una testimonianza lucida e cruda di una realtà che altrimenti forse ci sarebbe sfuggita, inghiottita dal flusso della storia, che tende a ricordare soltanto le cose grandiose e solari.

Henri de Toulouse-Lautrec - Una stanzetta privata al Rat Mort

Henri de Toulouse-Lautrec – Una stanzetta privata al Rat Mort

Henri de Toulouse-Lautrec - Il sofà

Henri de Toulouse-Lautrec – Il sofà

Una discreta fetta della produzione artistica di Toulouse-Lautrec ruota intorno al celebre locale del Moulin Rouge. Toulouse-Lautrec realizzò locandine e poster per il locale, ma anche molti quadri in cui vengono ritratti le ballerine e gli avventori, senza abbellimenti di sorta ma in una maniera cruda e quasi cinica.

Henri de Toulouse-Lautrec - Al Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec – Al Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec - Un inglese al Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec – Un inglese al Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec - Manifesto per il Moulin Rouge - La Goulue

Henri de Toulouse-Lautrec – Manifesto per il Moulin Rouge – La Goulue

Henri de Toulouse-Lautrec - La Goloue con sua sorella
Henri de Toulouse-Lautrec - Manifesto per il Moulin Rouge - Jane Avril

Henri de Toulouse-Lautrec – Manifesto per il Moulin Rouge – Jane Avril

Henri de Toulouse-Lautrec - Jane Avril mentre torna dal Moulin Rouge

Henri de Toulouse-Lautrec – Jane Avril mentre torna dal Moulin Rouge

La memoria storica, dicevamo, è spesso un ricordo parziale e distorto. Se pensiamo al Moulin Rouge, ci vengono in mente luci, musica, belle ragazze e allegria sfrenata; ma anche questa era una fuga nelle apparenze, per fuggire un sordido vuoto interiore.
Che importanza ha l’aspetto bello e piacevole del forziere, se al suo interno si cela un veleno bieco e misero? Dietro le luci e la musica si cela lo spettro dell’antica scappatoia umana: alcolismo e sesso a pagamento.

E’ inutile fare facile moralismi: quando non c’è più la forza per affrontare la vita, cos’altro resta se non arrendersi?

E poi ancora è facile giudicare il passato; non sarebbe meglio guardare prima noi stessi?

I capi che guidano i popoli al giorno d’oggi sono forse puri e forti? O sono a loro volta schiavi delle loro stesse avidità più basse?

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La decadenza non è un fantasma del passato, ma una brace sopita sotto la cenere: forse si è risvegliata già da anni, e noi non vogliamo rendercene conto, non possiamo affrontarla, perchè ne siamo già preda, e non ne abbiamo più la forza.
Si parla di crisi: tutto sommato “crisi” è una parola piacevole, perchè presuppone una fase negativa, ma pur sempre passeggera: un momento nero ma fugace, una brutta tempesta che però prima o poi si calmerà.
Certo, le crisi economiche si infiammano e passano: ricordano la febbre quartana della malaria, che esplode ogni quattro giorni e poi sembra svanire. Ma anche quando non si esprime, il morbo rimane!

Forse la verità è al tempo stesso meno spettacolare e più grave: non si tratta di una crisi repentina e fugace, ma di un processo lungo e ricorrente, i sussulti di un’agonia lunga secoli.
Riusciremo a trovare una soluzione che non sia la solita, vecchia via di fuga?

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35. Il cavaliere all’incrocio, di Victor Mikhailovich Vasnetsov

vasnetsov_a_knight_at_the_crossroads_1882Non c’è coraggio o forza che tenga: la morte è inevitabile, anche per il più valoroso dei cavalieri.

Il quadro, del pittore russo Victor Vasnetsov, si intitola “Il cavaliere all’incrocio”, ma nell’immagine non sembrano esserci incroci, e tanto meno strade. Forse allora il significato del titolo è da intendersi in maniera simbolica: la strada è la vita stessa del cavaliere, e l’incrocio è quel punto critico in cui compare la possibilità di perdersi. Allo stesso modo, Dante inizia così la sua Divina Commedia, con i celebri versi “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”.

La crisi di mezz’età è proprio quel punto della vita dove lo spettro della morte, della propria morte, si palesa con tutta la sua terribile e disorientante potenza, lasciando soltanto confusione lì dove prima c’era una direzione precisa, una volontà priva di dubbi.

La tomba che il cavaliere sta guardando appartiene proprio a lui stesso?

“Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura”!

34. Il libro di Thel, di William Blake

William Blake - Il libro di Thel, titolo

La volta scorsa abbiamo parlato del libro di Thel di William Blake, e vale la pena dedicargli uno spazio tutto per lui. La particolarità di Blake è la commistione di testo ed immagini, e questo poema non fa eccezione: testo ed illustrazione si avvolgono e si completano a vicenda, e se è comunque possibile leggere e comprendere il testo senza le immagini, l’esperienza che se ne trae è per forze di cose incompleta.

Purtroppo nelle traduzioni italiane di cui sono riuscito ad entrare in possesso le immagini a corredo del testo erano state tolte; le ripropongo dunque qui, con una traduzione a calce che non vuol certo essere una sostituzione del testo originale, ma una guida per capirlo.

William Blake - Il libro di Thel, pagina 2I
Le figlie di Mne Seraphim portavano al pascolo le loro greggi di sole,
Tutte tranne la più giovane; nel suo pallore lei cercava l’aria segreta,
fino a scomparire dal suo giorno mortale come la bellezza del mattino;
Giù nel fiume di Adona si sente la sua voce,
e così il suo gentile lamento cade come la rugiada del mattino:

“O vita di questa nostra primavera! Perchè appassisce il loto delle acque?
Perchè appassiscono questi figli della primavera, nati soltanto per sorridere e cadere?
Ah! Thel è come un arcobaleno d’acqua, e come una nuvola che passa,
Come un riflesso nel vetro, come ombre nell’acqua,
Come sogni di bambini, come il sorriso sul volto d’un bimbo,
Come la voce della colomba, come il giorno che sfugge via, come la musica nell’aria.
Ah! Potessi distendermi dolcemente, e dolcemente posare il capo,
E dolcemente dormire il sonno della morte, e dolcemente sentire la voce
Di colui che cammina nel giardino nelle ore della sera.”

Il giglio della valle, che respira nell’umile erba
Rispose alla bella ragazza e disse: “Sono un erba acquatica,
E sono molto piccola, e amo stare in valli umili;
Sono così debole, che la farfalla dorata a malapena può appoggiarsi sulla mia testa;
Eppure ricevo visite dal cielo, e colui che sorride a tutto
Cammina nella valle ed ogni mattina stende su di me la Sua mano,
Dicendo: ‘Gioisci, umile erba, tu, fiore di giglio appena nato,
Tu dolce ragazza di valli silenziose e modesti ruscelli;
Perchè verrai vestita falla luce, e sfamata con la manna del mattino,
Finchè il calore dell’estate ti scioglierà accanto alle fontane e le sorgenti
Per fiorire in valli eterne’. Perchè quindi Thel dovrebbe lamentarsi?

William Blake - Il libro di Thel, pagina 3Perchè dovrebbe sospirare la padrona delle vali di Har?”

Lei smise e  sorrise fra le lacrime, e si sedette nel suo tempio d’argento.

Thel rispose: “O tu piccola vergine della valle pacifica,
Che dai a coloro che non possono bramare, a coloro senza voce, a quelli troppo stanchi,
Il tuo respiro nutre l’agnello innocente, lui annusa i tuoi vestiti di latte,
Lui coglie i tuoi fiori, mentre tu gli sorridi in faccia,
Asciugandogli la bocca docile e mite da ogni traccia di contagio.
Il tuo vino purifica il miele dorato; il tuo profumo,
Che tu spargi su ogni piccola lama d’erba che cresce,
Ristora la vacca munta, e doma lo stallone dal respiro infuocato.
Ma Thel è come un’esile nuvola accesa dal sole crescente:
Svanisco dal mio trono di perla, e chi troverà il mio luogo?”

“Regina delle valli”, le rispose il Giglio, “chiedi alla tenera nuvola,
E lei ti dirà perchè brilla nel cielo mattutino,
E perchè sparge la sua brillante bellezza attraverso l’aria umida.
Scendi, O piccola nuvola, & librati qui, davanti agli occhi di Thel.”

La Nuvola discese, ed il Giglio chinò il suo capo modesto,
E se ne andò a badare ai suoi numerosi impegni che l’attendevano nell’erba verdeggiante.

William Blake - Il libro di Thel, pagina 4II
“O piccola Nuvola”, disse la vergine, “Ti prego, dimmi,
Perchè non ti lamenti anche se in un’ora soltanto svanisci:
Allora ti cercheremo ma non ti troveremo; ah, Thel è come Te:
Scivolo via, eppure mi lamento, e nessuno sente la mia voce.”

La Nuvola mostrò allora la sua testa dorata, e la sua forma brillante emerse,
Librandosi e luccicando nell’aria di fronte al volto di Thel.

“O vergine, non sai che i nostri stalloni bevono dalle sorgenti dorate
Dove Luvah fa riposare i suoi cavali? Hai visto la mia gioventù,
Ed hai  paura perchè svanisco e non mi vedi più,
Niente rimane? O ragazza, ti dico, quando scompaio,
E’ per giungere a dieci volte tanta più vita, è per l’amore, è per la pace e per la santa estasi:
Scendo senza esser vista, e poso le mie ali di luce sui fiori profumati,
e corteggio la rugiada dai begli occhi perchè mi porti nella sua tenda raggiante:
La vergine in lacrime si inchina tremante di fronte al sole che sorge,
Finchè saliamo assieme, strette da un legame dorato, e non ci separiamo mai,
Ma camminiamo unite, portando cibo a tutti i fiori teneri.”

“E’ questo ciò che fai, O piccola nuvola? Temo allora che io non sia simile a te:
Perchè cammino per le valli di Har e annuso i più dolci dei fiori,
Ma non sfamo i piccoli fiori; sento gli uccelli che cinguettano,
Ma non sfamo gli uccelli cinguettanti; loro volano e cercano il proprio cibo;
Ma Thel non trova più diletto in queste cose, perchè appassisco,
E tutti avranno a dire, ‘Senza uno scopo è vissuta questa donna luminosa,
O è vissuta soltanto per esser cibo di vermi dopo la sua morte?”

La Nuvola si adagiò sul suo trono d’aria, e così le rispose:

“Se quindi sei il cibo dei vermi, O vergine dei cieli,
Quant’è grande il tuo scopo, quanto grande la tua benedizione! Ogni cosa che vive
Non vive da sola, non per sè sola; non aver paura, ed io farò venire
Dal suo umile letto il debole verme, e tu potrai sentire la sua voce,
Vieni, verme della valle silenziosa, dalla tua pensierosa regina!”

Il verme impotente si alzò e si sedette sulla foglia del Giglio,
E la brillante nuvola salpò, per trovare la sua compagna nella valle.

William Blake - Il libro di Thel, pagina 5

III
Allora Thel stupita vide il Verme sul suo letto di rugiada.

“Sei tu un Verme? Immagine della debolezza, non sei tu forse un Verme?
Vedo un piccolo bambino avvolto nella foglia del Giglio;
Ah, non piangere, piccola voce, non puoi parlare, però puoi piangere.
E’ questo un verme? Vedo che giaci nudo & impotente, piangendo,
E nessuno ti risponde, nessuno ti rincuora con sorrisi materni”

La Zolla di Terra sentì la voce del Verme, e alzò con pietà la sua testa ;
Si chinò sopra il bimbo in lacrime, ed esalò la sua vita
con lattea dolcezza; qundi fissò su Thel i suoi umili occhi.

“O bellezza delle valli di Har! Noi non viviamo per noi stessi;
Tu mi vedi come la più vile delle cose, e davvero io lo sono;
Il mio ventre di per sè stesso è freddo, e di per sè stesso è scuro,

William Blake - Il libro di Thel, pagina 6

Ma colui che ama l’umile, versa il suo olio sopra la mia testa,
E mi bacia, e lega il suo nastro nuziale attorno al mio seno,
E dice: ‘Tu, madre dei miei figli, Io ti ho amata
E ti ho dato una corona che nessuno può portar via’.
Ma come questa cosa sia, mia dolce ragazza, io non lo so, e non posso saperlo;
Ci penso, e non posso pensare; eppure vivo ed amo.”

La Figlia della Bellezza asciugò le sue lacrime di pietà con il suo velo bianco,
E disse: “Ahimè! Io non sapevo questo, e per questo piangevo.
Che dio potesse amare un Verme, questo lo sapevo, e che punisse il piede malvagio
Che, volendolo, schiacciasse questa forma impotente; ma che lo rincuorasse
Con late ed olio, questo non lo sapevo; e per questo piangevo,
E mi lamentavo nell’aria mite, perchè appassisco,
E giaccio nel mio letto freddo, e lascio la mia splendente sorte.”

“Regina della valle”, rispose la materna Zolla, “Ho udito i tuoi lamenti,
E tutti i tuoi sospiri son giunti fino al mio tetto, ma io li ho richiamati giù.
Vuoi tu, O Regina, entrare nella mia casa? Ti è dato di entrare
e di ritornare: non aver paura, entra con i tuoi piedi di vergine.”

William Blake - Il libro di Thel, pagina 7

IV
Il temibile Guardiano dei cancelli eterni alzò la sbarra di nord:
Thel entrò & vide i segreti della terra sconosciuta.
Vide i giacigli dei morti, & i luoghi dove le radici fibrose
Di ogni cuore sulla terra si intrecciano a fondo coi loro intrecci inquieti:
Una terra di dolori & lacrime dove non si vedeva mai il sorriso.

Vagò nella terra delle nuvole fra valli oscure, ascoltando
Dolori & lamentazioni; aspettando spesso a fianco d’una tomba, bagnata di rugiada,
Stava in silezio, ad ascoltare le voci della terra,
Finchè arrivò alla sua propria tomba, & lì si sedette,
E sentì questa voce di dolore sussurrata dalla fossa vuota:

“Perchè non può l’Orecchio chiudersi alla propria distruzione?
O l’Occhio scintillante al veleno d’un sorriso?
Perchè le Palpebre sono armate di mille frecce già scagliate
Dove mille combattenti aspettano in agguato?
O un Occhio di regali & grazie, che tracima di frutti ed oro coniato?
Perchè una Lingua marchiata dal miele di ogni vento?
Perchè un’Orecchio, un vortice infuocato per attirare in esso le creazioni?
Perchè una larga Narice che inala il terrore, tremante e spaventata?
Perchè le redini per trattenere il giovane, ardente ragazzo?
Perchè una piccola tenda di carne sul letto del nostro desiderio?”

La Vergine si alzò di scatto dal suo giaciglio, & con un urlo
fuggì indietro, senza trovare ostacoli, finchè tornò nelle valli di Har.

William Blake - Il libro di Thel, motto

Il motto di Thel
Lo sa l’Aquila cosa c’è nel fosso?
O lo andrai a chiedere alla Talpa?
Può la Saggezza venir chiusa in una verga d’argento?
O l’Amore in una coppa d’oro?

33. La canzone interrotta, di Charles Joshua Chaplin

Charles Joshua Chaplin –Ila canzone interrottaLo sguardo ferito della ragazza e l’angelo in lacrime ricordano il quadro “L’angelo ferito” di Hugo Simberg. E’ la cetra spezzata a chiarire in maniera definitiva il significato del quadro: le corde spezzate indicano la perdita di armonia, e per estensione la perdita dell’innocenza della ragazza.
Non è detto che tale perdita sia per forza avvenuta brutalmente, con violenza imposta: è un passaggio imposto dalla stessa natura umana, ed alle volte i tempi lenti e silenziosi della natura sanno essere ancora più crudeli della goffa mano dell’uomo.

Il passaggio è per forza di cose traumatico, e ciò che ci si lascia per sempre alle spalle è di un valore inestimabile; tuttavia non si può nemmeno rimanere per sempre bambini, innocenti e puri.

Il passaggio dal mondo dell’innocenza a quello dell’esperienza è uno dei temi principali della poetica di William Blake, trattato ed ampliato in special modo i suoi “Canti d’innocenza” ed i “Canti d’esperienza”; ma il passaggio da uno stato all’altro è stato affrontato dal poeta con particolare acume in una sua opera meno nota, “Il libro di Thel”.

Thel è una ragazza che ha vissuto a lungo nello stato di innocenza, ed ora è pronta per lasciarsi quel mondo alle spalle. Come ogni figura delle poesie di Blake, il simbolo di Thel è sovradeterminato, e possiede più di un significato: potrebbe essere tanto una ragazza pronta a diventare adulta, quanto un’anima non ancora nata e sul punto d’incarnarsi.

Thel incontra e parla con varie figure, che in modi diversi le parlano tutte dello stesso mistero: la sessualità come chiave di ingresso nella vita, e la dolorosa identità di vita e morte. Per prima Thel parla con un giglio, candido emblema dell’innocenza, eppure destinato a non sopravvivere all’estate. Poi incontra una nuvola: anch’essa è destinata a sciogliersi e a disperdersi, ma come il giglio rinascerà il prossimo anno, così anche la nuvola tornerà a formarsi. Quindi Thel incontra il verme, al tempo stesso emblema della sessualità maschile, ed immagine di debolezza: basta schiacciarlo per metter fine alla sua vita. Infine, la protagonista parla con una zolla di terra – al tempo stesso la madre terra che dà alla luce la vita, e la terra della tomba.

Uno dei passaggi più significativi si trova proprio all’inizio, e marca con la sua tonalità l’intero poema: “Oh vita di questa nostra primavera! perché il loto d’acqua appassisce? Perché svaniscono questi figli della primavera, nati soltanto per sorridere e cadere?

Il mondo infantile di Thel è l’eternità fuori dal tempo, mentre il mondo dell’esperienza è regolato dalla transitorietà; la porta che conduce dall’uno all’altro è proprio la sessualità.

Nel mondo della transitorietà, la vita si alterna costantemente alla morte; ma se nel regno eterno non c’è morte, non c’è nemmeno la vita!

32. Il lampadario etrusco di Cortona

Cortona è una bellissima ed antica città arroccata su una collina, in provincia di Arezzo. Aria sana, buoni vini, ottimo cibo e tanta natura: cosa volere di più? Ma la Toscana è anche uno scrigno di tesori storici, ed una delle sue tante gemme è conservata proprio al museo dell’Accademia Etrusca di Cortona.

Lampadario etrusco di CortonaSi tratta di un lampadario in bronzo etrustco, magnificamente lavorato. Il lato mostrato sopra è quello che normalmente verrebbe visto “da sotto”: il lampadario andava fissato al soffitto, e in prossimità delle sedici figure della circonferenza esterna brillavano altrettante fiamme.

Lampadario etrusco di Cortona

Viene spontaneo chiedersi che cosa significhino le immagini riportate sul lampadario. E’ difficile, se non impossibile, sapere esattamente che cosa volesse esprimere l’artigiano etrusco che le realizzò. Ma possiamo cercare di capire che cosa significano per noi, e già questa è una comprensione non da poco.

In fondo sia noi che gli etruschi siamo esseri umani: e se è vero che non vanno assolutamente trascurate le differenze culturali accumulate dai millenni, è vero anche che il modo di pensare degli umani non è poi così vicendevolmente estraneo come potrebbe sembrare.

Cominciamo dal centro:

Lampadario etrusco di Cortona - particolareNel punto di mezzo della circonferenza delle sedici luci, sarebbe lecito aspettarsi un simbolo luminoso, e per la precisione il simbolo luminoso per eccellenza: il sole. Invece troviamo una gorgone spaventosa, con una smorfia inquietante, i canini aguzzi ed il volto circondato da serpenti.

A ben vedere, però, quel volto centrale un che di solare ce l’ha: il cerchio del volto potrebbe benissimo essere il disco del sole, e sia i serpenti che la decorazione ad onda che lo circondano ricordano i raggi della luce solare. Forse il volto terribile è proprio il sole: non nella normale accezione positiva con cui siamo abituati a riconoscerlo, ma nel suo aspetto più terribile e spaventoso.

Ma può il sole, benedizione dolce e calda, luce e fonte di vita, avere un aspetto terribile e spaventoso?

Teniamo la domanda in sospeso, e continuiamo a procedere dal centro verso l’esterno. Ci sono quattro gruppi di animali: in ognuno, due fiere divorano un animale domestico. Quelli che sembrano due lupi mangiano un porco; due leoni sbranano un cavallo; una belva non meglio precisata, in compagnia di un grifone, sta straziando un bue, ed altri due lupi stanno dando ghermendo un cervo.

Gli animali sono dodici, come i mesi, e raggruppati in quattro trimestri: il loro circolo compone dunque il cerchio dell’anno. Apparentemente si tratta di una visione particolarmente pessimistica del ciclo cosmico: a soccombere sono soltanto gli animali miti e domestici, quelli miti e buoni. Eppure, anche questo è un aspetto del cerchio della vita: come abbiamo già visto, vivere significa divorare, e il solo fatto di esistere significa soppiantare altre esistenze.

Ecco un indizio per comprendere quel sole terribile e spaventoso: questo sole è un simbolo del tempo, e del suo continuo scorrere, fatto di vita ma anche di morte, in cui rientra tanto il mistero della nascita che quello della fine crudele.

Le onde attorno agli animali richiamano l’elemento dell’acqua corrente, che è sempre mobile e mai ferma e ugale a sè stessa: anche questo è un simbolo molto diffuso ed usato del tempo. E non sono forse i serpenti arricciati attorno al volto altrettano sinuosi e inafferrabili, come un corso d’acqua? Se l’acqua è un fiume, la forma del fiume è un serpente: e il suo veleno è la dura decadenza della vecchiaia.

Lo scorrere del tempo è una chiave valida anche per comprendere le figure più esterne della composizione:Lampadario etrusco di Cortona - ParticolareL’alternanza continua è uno dei presupposti ontologici dello scorrere del tempo: se tutto fosse uniforme non potrebbe esserci cambiamento, e senza mutamento non c’è nemmeno il tempo stesso. Come il giorno si alterna alla notte, così sulla circonferenza del cerchio si alternano gli opposti. A darsi il cambio sono in primo luogo i princìpi maschile e femminile; ma a danzare sono anche le cose celesti e quelle terrene, l’alto ed il basso, rappresentati rispettivamente dalle ali delle arpie e dal delfino che cavalca il satiro.

C’era veramente una simile visione del mondo nelle intenzioni dell’artista che realizzò il lampadario? Chissà, forse voleva soltanto stupire e spaventare con figure grottesche e sovraccariche.
Ma l’uomo non è capace di guardare qualcosa senza attribuirle un senso; e lo spavento e lo stupore non sono proprio due caratteristiche del flusso costantemente mutevole del tempo?